Il nobile Bodhisattva Avalokiteshvara1, praticando la profonda pratica della Perfezione della Saggezza2, osservò i Cinque Aggregati3 e vedendo che erano vuoti di esistenza intrinseca, disse:
«Qui4, Shariputra5, la forma è vuoto, il vuoto è forma; il vuoto non è separato dalla forma, la forma non è separata dal vuoto; tutto ciò che è forma è vuoto, tutto ciò che è vuoto è forma. Lo stesso vale per sensazione, percezione, discriminazione e coscienza.
«Qui, Shariputra, tutti i fenomeni6 son definiti dal vuoto: né nascita né distruzione, né purezza né impurità, né completezza né mancanza7. Pertanto, Shariputra, nel vuoto non c’è né forma, né sensazione, né percezione, né discriminazione, né coscienza; non c’è occhio, orecchio, naso, lingua, corpo e mente;
«Non c’è forma, né suono, odore, sapore, sensazione, pensiero; non c’è alcun elemento di percezione, dall’occhio fino alla coscienza concettuale; Non c’è nesso causale, dall’ignoranza fino alla vecchiaia e alla morte, e non c’è fine del nesso causale, dall’ignoranza fino alla vecchiaia e alla morte.8
«Non c’è sofferenza, non c’è origine, non c’è cessazione, non c’è sentiero;9 non c’è conoscenza, non c’è conseguimento e non c’è non-conseguimento.10 Pertanto, Shariputra, senza conseguimento, i bodhisattva prendono rifugio nella Perfezione della Saggezza e dimorano senza muri della mente. Senza muri della mente, e quindi senza paure, vedono oltre le illusioni e giungono infine al nirvana.
«Tutti i buddha del passato, del presente e del futuro prendono anch’essi rifugio nella Perfezione della Saggezza e realizzano l’insuperabile, perfetta illuminazione11. Dovresti dunque conoscere il grande mantra della Perfezione della Saggezza, il mantra della grande magia12, il mantra insuperabile, il mantra pari all’incomparabile, che guarisce ogni sofferenza ed è vero, non falso, il mantra della Perfezione della Saggezza, che dice:
«Gate, gate, paragate, parasamgate, bodhi svaha.»13
Note
1 Avalokiteśvara (“Colui che guarda dall’alto”), anche conosciuto come Guanyin in cinese e Kannon in giapponese, è la rappresentazione del bodhisattva della compassione. ↩
2 In sanscrito, Prajñāpāramitā ↩
4 In sanscrito, Iha. Questa esortazione, spesso omessa o resta diversamente (es: “Oh, Shariputra”) nelle traduzioni del sutra, è invece centrale in quanto richiama al concetto di qui e ora. ↩
5 Śāriputra è considerato uno dei più eccellenti discepoli del Buddha, dotato di grande saggezza. Non è un caso, quindi, che Avalokiteśvara si rivolga a lui per esporre l’insegnamento della Grande Perfezione della Saggezza. ↩
7 I termini nuna e paripurna sono spesso tradotti come “incremento” e “diminuzione”. Benché questra traduzione sia possibile, ciò impedisce ai lettori di vedere come le tre coppie siano una rappresentazione delle Tre Conoscenze relative ai fenomeni del primo Buddhismo: impermanenza, sofferenza e non-sé. Questo fu probabilmente il motivo per cui, nelle versioni successive e più estese del Sutra, gli autori sostituirono il termine paripurna con sanpurna il quale, pur condividendo il significando di “incompleto” con il termine originale, non condivide con esso il concetto di “diminuzione”. ↩
8 Si riferisce ai dodici anelli della catena della Co-originazione Dipendente. ↩
9 Si riferisce a Le Quattro Nobili Verità ↩
10 Qualunque tipo di comprensione (riguardo alle Quattro Nobili Verità, alla catena dei dodici anelli della Co-originazione Dipendente, etc.) si dissolve alla luce della Prajñāpāramitā — la Perfezione della Saggezza — poiché se non c’è sofferenza, non può esserci liberazione dalla sofferenza. Di conseguenza non c’è comprensione delle Quattro Verità. E se non c’è comprensione non può esserci conseguimento (prapti) o non-conseguimento (aprapti) ↩
11 In sanscrito, Anuttarā-samyak-saṃbodhi ↩
12 In sanscrito, mahāvidya. Nella parola vidya la radice vid significa “conoscere” e si rifà al dominio della conoscenza, dalla scienza alle arti e alla magia. Si potrebbe anche dire, quindi, “il mantra della conoscenza suprema”. Nel buddhismo vidya è usato come sinonimo di mantra. Entrambi fanno riferimento a domini della conoscenza. Ma mentre mantra è usato per riferirsi a un campionario di abilità di divinità maschili, vidya è usato per quelle femminili. Così il termine mahāvidya (Grande Maestra / Maga) è diventato l’appellativo di molte dee indiane. Il motivo di tale uso è che i mantra (come i vidya) hanno il potere di far nascere uno nuovo stato della coscienza. Perciò, ognuna di queste mahāvidya è associata a una forma di consapevolezza spirituale che si manifesta solo quando il mantra è recitato, come un genio che appare strofinando una lampada. Mantra significa “Protettore del Pensiero”, per cui un mantra è come un talismano o un amuleto che protegge la mente invece del corpo. Al tempo stesso il mantra del Sutra del Cuore è anche un dhāraṇī, uno stratagemma mnemonico, che ricorda l’insegnamento che si è deciso di praticare. ↩
13 «Andate, andate, andate insieme all’altra sponda, completamente sull’altra sponda, benvenuto risveglio!» ↩