Dal Dizionario

avyākṛta

In sanscrito, “indeterminato” o “non determinabile”; termine usato per riferirsi alle quattordici “questioni indeterminate” o “senza risposta” (avyākṛtavastu) alle quali il Buddha rifiuta di rispondere. Il traduttore americano dei testi pāli Henry Clarke Warren rese il termine come “questioni che non conducono all’edificazione”. Queste domande riguardano diverse affermazioni metafisiche utilizzate nell’India tradizionale per valutare l’appartenenza filosofica di un pensatore. Esistono varie versioni di questi “irrisolvibili”, ma un elenco comune comprende quattordici domande, tre gruppi delle quali sono formulati secondo le “quattro alternative” (catuskoti): (1) Il mondo è eterno? (2) Il mondo non è eterno? (3) Il mondo è sia eterno sia non eterno? (4) Il mondo non è né eterno né non eterno?; (5) Il mondo è infinito? (6) Il mondo non è infinito? (7) Il mondo è sia infinito sia non infinito? (8) Il mondo non è né infinito né non infinito?; (9) Il tathāgata esiste dopo la morte? (10) Il tathāgata non esiste dopo la morte? (11) Il tathāgata esiste e non esiste dopo la morte? (12) Il tathāgata non esiste né non esiste dopo la morte?; (13) L’anima (jīva) e il corpo sono identici? (14) L’anima e il corpo non sono identici? Fu in risposta a tali domande che il Buddha chiese notoriamente se un uomo colpito da una freccia avvelenata avrebbe perso tempo a interrogarsi sull’altezza dell’arciere o sul tipo di legno della freccia, oppure se avrebbe cercato di rimuovere la freccia prima di morire. Paragonando queste quattordici domande a una simile speculazione inutile, egli le definì “una giungla, una selva, uno spettacolo di marionette, un contorcersi e un vincolo”, associati a sofferenza, rovina, disperazione e angoscia, e incapaci di condurre al distacco, all’assenza di passione, alla cessazione, alla quiete, alla conoscenza, alla saggezza suprema e al nirvāṇa. Il Buddha affermò quindi che tutte queste domande devono essere accantonate come senza risposta, perché concettualmente inspiegabili o “mal poste” (P. ṭhapanīya). Le domande “mal poste” derivano inevitabilmente da presupposti errati e sono quindi prodotti di riflessione scorretta (ayoniśomanaskāra); qualsiasi risposta sarebbe pertanto fuorviante o irrilevante. Il celebre silenzio del Buddha su tali questioni è stato interpretato in modi diversi: alcuni lo vedono come il riconoscimento dei limiti intrinseci del linguaggio concettuale nell’affrontare questioni esistenziali estremamente sottili. Poiché è impossibile che i concetti rendano pienamente conto, per esempio, dello stato di un essere illuminato dopo la morte, il Buddha rimane semplicemente in silenzio di fronte a queste e ad altre domande “senza risposta”. L’implicazione non è necessariamente che il Buddha non conosca la risposta, ma che riconosca i limiti concettuali implicati nel tentativo di fornire una risposta definitiva. Altri commentatori spiegano invece che il Buddha rifiutò di rispondere alla domanda se il mondo (cioè il saṃsāra) avrà mai fine perché la risposta (“no”) sarebbe risultata troppo scoraggiante per il suo uditorio.

"The Princeton Dictionary of Buddhism"

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