Dal Dizionario
catuṣkoṭi
Pronunce
In sanscrito, “quattro antinomie” o “quattro alternative”; una forma dialettica di argomentazione usata nella filosofia buddhista per classificare insiemi di proposizioni specifiche, ossia: (1) A, (2) B, (3) sia A sia B, (4) né A né B; oppure: (1) A, (2) non A, (3) sia A sia non A, (4) né A né non A. Per esempio, si può dire che qualcosa (1) esiste, (2) non esiste, (3) esiste e non esiste, (4) né esiste né non esiste. Oppure: (1) tutto è uno, (2) tutto è molteplice, (3) tutto è sia uno sia molteplice, (4) tutto non è né uno né molteplice.
Nella letteratura dei sūtra, il catuṣkoṭi è impiegato per classificare le proposizioni filosofiche speculative dei non buddhisti (tīrthika) all’interno di un elenco di quattordici questioni “indeterminate” o “non risposte” (avyākṛta), alle quali il Buddha rifiutò di rispondere. Queste questioni riguardano varie affermazioni metafisiche usate nell’India tradizionale per valutare l’appartenenza filosofica di un pensatore. Nel caso dell’ontologia, per esempio: (1) il mondo è eterno? (2) il mondo non è eterno? (3) il mondo è sia eterno sia non eterno? (4) il mondo non è né eterno né non eterno? Oppure, nel caso della soteriologia, riguardo a un tathāgata, o persona illuminata: (1) il tathāgata esiste dopo la morte? (2) il tathāgata non esiste dopo la morte? (3) il tathāgata esiste e non esiste dopo la morte? (4) il tathāgata non esiste né non esiste dopo la morte? A causa dei difetti concettuali inerenti a qualunque possibile risposta a questi insiemi di domande, il Buddha si rifiutò di rispondere, e il suo silenzio è talvolta interpretato come indicazione che i suoi insegnamenti trascendono il pensiero concettuale (prapañca).
Questa qualità trascendente della filosofia buddhista è messa in luce dalla scuola madhyamaka, che mira a individuare i difetti concettuali inerenti a qualunque proposizione filosofica definitiva e a mostrare invece che tutte le proposizioni — anche quelle formulate dai buddhisti — sono “vuote” (śūnya). Nāgārjuna, fondatore della scuola madhyamaka, analizza molte posizioni filosofiche in termini di catuṣkoṭi per dimostrarne la vacuità. Nell’analisi della causalità, per esempio, Nāgārjuna, nelle righe iniziali della sua Mūlamadhyamakakārikā, esamina le possibili posizioni filosofiche sulla connessione tra causa (hetu) ed effetto (phala) come un catuṣkoṭi: (1) causa ed effetto sono identici, come sostiene la scuola Sāṃkhya; (2) causa ed effetto sono diversi, come propongono i buddhisti; (3) causa ed effetto sono sia identici sia diversi, e quindi l’effetto è sia continuo rispetto alla causa sia emergente da essa, come sostiene la scuola jaina; (4) causa ed effetto non sono né identici né diversi, e quindi le cose avvengono per caso, come affermano materialisti e scettici. Nāgārjuna rivela invece le conseguenze assurde insite in tutte queste posizioni per mostrare che l’unica posizione difendibile è che causa ed effetto sono “vuoti”; pertanto, tutte le cose composte sono in ultima analisi non prodotte (anutpāda) e vuote di esistenza intrinseca (niḥsvabhāva). Classificazioni degli insegnamenti basate sul catuṣkoṭi sono ampiamente presenti nella letteratura buddhista di tutte le tradizioni.
"The Princeton Dictionary of Buddhism"
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