Dal Dizionario

ākāśa

In sanscrito, “spazio” o “spazialità”; “cielo” ed “etere”. Nell’analisi abhidharma, l’ākāśa ha due denotazioni distinte. In primo luogo, come “spazialità”, l’ākāśa è un’assenza che delimita le forme; come lo spazio vuoto all’interno di un telaio di porta, l’ākāśa è un foro che è di per sé vuoto ma che definisce, o è definito da, la materia che lo circonda. In secondo luogo, come vasta vacuità dello “spazio”, l’ākāśa viene descritto anche come assenza di ostruzione ed è enumerato tra i fenomeni permanenti (nityadharma) perché non cambia di momento in momento. Lo spazio in questo senso è inteso anche come qualcosa di analogo alla concezione occidentale dell’etere, un fluido pressoché immateriale ma luminoso, che funge da sostegno dei quattro elementi materiali (mahābhūta). (Poiché si ritiene che questa forma eterea di ākāśa sia luminosa, viene talvolta usata come metafora della buddhità, che si dice sia radiosa come il sole o lo spazio.) Oltre a queste due definizioni abhidharmiche, la sfera dello spazio infinito (ākāśānantyāyatana) ha anche un contesto meditativo, in quanto elencata come il primo dei quattro dhyāna immateriali. L’ākāśa è riconosciuto come uno dei dharma non composti (asaṃskṛtadharma) in sei delle scuole buddhiste principali, tra cui la sarvāstivāda e la mahāsāṃghika, oltre alla successiva yogācāra; altre tre rifiutano questa interpretazione, tra cui la theravāda.

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