Dal Dizionario

apramāda

In sanscrito, «vigilanza», «attenzione consapevole», «non-negligenza». È uno dei fattori mentali concomitanti (caitta): quarantasei secondo la scuola sarvāstivāda-vaibhāṣika dell’abhidharma e cinquantuno secondo la scuola yogācāra. L’apramāda è l’opposto della «negligenza» (pramāda) e indica l’atteggiamento vigile che si orienta verso le azioni virtuose e rimane costantemente attento a evitare deviazioni morali. La vigilanza sostiene la fermezza nella pratica spirituale ed etica; è considerata così fondamentale per ogni comportamento etico o salutare che l’abhidharma sarvāstivāda la include tra i principali fattori salutari di ampia portata (kuśalamahābhūmika). L’apramāda è inoltre parte integrante del sentiero della coltivazione (bhāvanāmārga), nel quale certe tendenze latenti (anuśaya) — come l’attaccamento al piacere sensoriale (rāga) — possono essere rimosse solo attraverso un addestramento continuo e vigile, e non semplicemente mediante la corretta visione, come avviene nel sentiero della visione (darśanamārga). L’importanza dell’apramāda per il progresso spirituale è tale che il Buddha la raccomandò nelle sue ultime parole pronunciate sul letto di morte, come riportato nel mahāparinibbānasuttanta pāli: «Monaci, vi dichiaro: le cose composte sono soggette al decadimento; impegnatevi con vigilanza.»

"The Princeton Dictionary of Buddhism"

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