Dal Dizionario
Jaina
Pronunce
In sanscrito, letteralmente “seguaci del Vincitore [jina]”; una delle principali sette antiche dei religiosi erranti indiani (śramaṇa), un movimento del V secolo a.e.v. che comprendeva il buddhismo tra i suoi gruppi. Uno dei fondatori del giainismo, nirgrantha-jñātīputra (P. Nigaṇṭha Nātaputta), noto anche con il titolo di mahāvīra (Grande Vincitore) (m. 488 a.e.v. circa), fu contemporaneo del Buddha e compare in modo rilevante nella letteratura buddhista.
I buddhisti classificavano i giaina tra i gruppi tīrthika, ossia gli aderenti alle religioni non buddhiste, talvolta tradotti impropriamente come “eretici”. I giaina erano il gruppo śramaṇa più vicino al buddhismo per credenze e pratiche, e il Buddha utilizzava spesso i loro insegnamenti come contrappunto per presentare le proprie interpretazioni dei principi religiosi fondamentali. Mahāvīra affermava di aver raggiunto l’illuminazione e di essere entrato in una lunga serie di jina (“vincitori”, ossia dell’ignoranza) o tīrthaṃkara (“costruttori di guadi”), risalendo per ventiquattro generazioni fino a Pārśva; questa idea di un lignaggio illuminato di guide spirituali si ritrova anche nella dottrina buddhista secondo cui il Buddha fu l’ultimo di una serie di buddha precedenti (cfr. saptatathāgata). I giaina credevano in una teoria del karman, così come i buddhisti, ma consideravano il karman come una sostanza fisica generata da azioni non virtuose passate, che vincolava l’anima e ne ostacolava la capacità di elevarsi al di sopra del mondo fisico fino alla sfera più alta dell’essere; sebbene i buddhisti accettassero la nozione di causalità morale, come i giaina, essi ridefinirono il karman come intenzione mentale (cetanā). Per liberare l’anima dai vincoli creati dalle azioni passate, i giaina ritenevano che il corpo dovesse quindi essere rigorosamente purificato da questa sostanza karmica. Il fondamento di questo processo di purificazione erano i cinque grandi voti, il codice base di disciplina morale giaina, che trovano un parallelo nei cinque precetti buddhisti (pañcaśīla). I giaina praticavano inoltre austerità più severe rispetto ai buddhisti, tra cui la norma del “non nuocere” (ahiṃsā) verso gli esseri viventi, a differenza del divieto buddhista di “uccidere” gli esseri viventi, alquanto più permissivo. I giaina esigevano inoltre dai propri seguaci un rigoroso vegetarianismo per evitare di ferire gli esseri senzienti, un requisito che il Buddha respinse quando il suo rivale all’interno dell’ordine, devadatta, lo propose nel proprio elenco di austerità (cfr. dhutaṅga). La posizione del Buddha era che i monaci costituissero un “campo di merito” (puṇyakṣetra) per i laici, e che fosse inappropriato rifiutare le offerte di carne fatte loro, salvo in un numero molto limitato di situazioni specifiche (ad esempio se il monaco sapeva che l’animale era stato ucciso appositamente per nutrirlo). Il vegetarianismo oggi prevalente tanto nel buddhismo mahāyāna quanto nella più ampia cultura induista indiana è quasi certamente il risultato dell’influenza giaina, e costituisce il contributo più duraturo di questa religione alla religiosità indiana. Un ramo dei giaina, i Digambara (lett. “vestiti di cielo”), portò il divieto dei possedimenti materiali a tal punto da vietare ai propri aderenti maschi persino l’uso di indumenti; per questo, nelle traduzioni dei materiali pāli i giaina sono spesso indicati come “asceti nudi”. I giaina furono l’unica delle sei grandi tradizioni śramaṇa a sopravvivere fino ai giorni nostri nel subcontinente indiano, finché il buddhismo non vi fu reintrodotto nel XX secolo da B. R. Ambedkar (1891–1956). Nei testi buddhisti, i giaina sono più comunemente indicati come nirgrantha, letteralmente “liberi da ogni legame”.
Articoli Correlati
Nessun articolo trovato.