Dal Dizionario
madhyamaka
Pronunce
In sanscrito, “Via di mezzo (scuola)”; un sostenitore o seguace della via di mezzo (madhyamapratipad). Il buddhismo è celebre come via di mezzo tra gli estremi, un’espressione che compare nel primo sermone del Buddha, il Dhammacakkappavattanasutta, nel quale egli prescrive una via mediana tra gli estremi dell’autoindulgenza e dell’automortificazione. In questo senso, tutti i sostenitori del buddhismo sono, in un certo modo, sostenitori della via di mezzo, poiché ciascuna scuola della filosofia buddhista identifica versioni differenti dei due estremi e traccia una via mediana tra di essi. Il termine Madhyamaka è tuttavia venuto a designare in modo più specifico la scuola di filosofia buddhista che enuncia una via di mezzo tra l’estremo dell’eternalismo (śāśvatadṛṣṭi) e l’estremo dell’annichilazionismo (ucchedadṛṣṭi).
La scuola Madhyamaka deriva dalle opere di Nāgārjuna, filosofo del II secolo d.C. tradizionalmente considerato il suo fondatore. Le sue principali opere filosofiche, in particolare la Mūlamadhyamakakārikā (nota anche come Madhyamakaśāstra), insieme agli scritti del suo discepolo Āryadeva, costituiscono il locus classicus della scuola (che sembra essere stata designata come scuola Madhyamaka solo dopo l’epoca di Āryadeva). I commentari a queste opere, composti da figure quali Buddhapālita, Bhāvaviveka e Candrakīrti, forniscono il principale mezzo di espressione filosofica della scuola.
Il Madhyamaka esercitò una fortissima influenza in Tibet, dove fu tradizionalmente considerato la più alta delle quattro scuole della filosofia buddhista indiana (Madhyamaka, Yogācāra, Sautrāntika e Vaibhāṣika). Gli esegeti tibetani individuarono due rami del Madhyamaka: il Prāsaṅgika (associato a Buddhapālita e Candrakīrti) e lo Svātantrika (associato a Bhāvaviveka e Śāntarakṣita).
Le opere di Nāgārjuna e Āryadeva furono ampiamente studiate anche in Asia orientale, costituendo la base della scuola dei “Tre Trattati” (cinese San lun zong; giapponese Sanronshū; coreano Sam non chong). I tre trattati sono lo Zhong lun (“Trattato della Via di Mezzo”, o Madhyamakaśāstra), lo Shi’ermen lun (“Trattato delle Dodici Porte”, Dvādaśamukhaśāstra) e il Bai lun (“Trattato delle Cento Strofe”, Śataśāstra), questi ultimi due attribuiti ad Āryadeva.
La scuola Madhyamaka è particolarmente rinomata per la sua esposizione della natura della realtà, soprattutto per l’elaborazione delle dottrine della vacuità (śūnyatā) e delle due verità (satyadvaya). Poiché sostiene che tutti i fenomeni sono privi (śūnya) di esistenza intrinseca (svabhāva), i suoi sostenitori sono anche chiamati śūnyavāda e niḥsvabhāvavāda. La dottrina della vacuità ha portato, sin dall’epoca di Nāgārjuna e fino all’era contemporanea, all’accusa che il Madhyamaka sia una forma di nichilismo, accusa che Nāgārjuna stesso confutò con abilità.
Al centro della filosofia Madhyamaka vi è la relazione tra vacuità e origine dipendente (pratītyasamutpāda). Nell’interpretazione madhyamaka, l’origine dipendente non si riferisce soltanto alla catena dei dodici anelli, ma più in generale al fatto che tutti i fenomeni sorgono in dipendenza da altri fattori. Poiché tutto è dipendente, tutto è privo di esistenza indipendente e intrinseca (niḥsvabhāva). Come afferma Nāgārjuna: “Poiché non vi sono fenomeni che non sorgano in dipendenza, non vi sono fenomeni che non siano vuoti”. Questa analisi è fondamentale per l’articolazione madhyamaka della via di mezzo: poiché tutto sorge in dipendenza, si evita l’estremo dell’annichilazione (ucchedānta); poiché tutto è vuoto, si evita l’estremo della permanenza (śāśvatānta).
Sebbene la maggior parte delle grandi scuole della filosofia buddhista parli delle due verità — la verità ultima (paramārthasatya) e la verità convenzionale (saṃvṛtisatya) — questa distinzione è particolarmente cruciale per il Madhyamaka, che deve al tempo stesso proclamare la vacuità di tutti i fenomeni (verità ultima) e descrivere il funzionamento del mondo di causa ed effetto e i processi che governano il sentiero verso l’illuminazione (tutti considerati verità convenzionali). Sebbene il vero carattere della verità convenzionale sia frainteso a causa dell’ignoranza (avidyā), le verità convenzionali non vengono rigettate; come afferma Nāgārjuna: “Senza fare affidamento sul convenzionale, l’ultimo non può essere insegnato; senza comprendere l’ultimo, il nirvāṇa non è raggiunto”. La natura precisa delle due verità e la loro relazione sono analizzate in dettaglio nei trattati madhyamaka, in particolare nel sesto capitolo del Madhyamakāvatāra di Candrakīrti.
Sebbene sia soprattutto nota per la dottrina della vacuità, la Madhyamaka è una scuola mahāyāna e, in quanto tale, offre anche esposizioni dettagliate del sentiero (mārga) verso l’illuminazione. Tra le opere che affrontano questioni soteriologiche figurano la Suhṛllekha e la Ratnāvalī di Nāgārjuna, il Catuḥśataka di Āryadeva, il Madhyamakāvatāra di Candrakīrti, il Bodhicaryāvatāra di Śāntideva, il Bhāvanākrama di Kamalaśīla e il Bodhipathapradīpa di Atiśa Dīpaṃkaraśrījñāna.
"The Princeton Dictionary of Buddhism"
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