Sebbene i , come i Buddhisti, insegnino una dottrina delle conseguenze morali delle azioni, gli insegnamenti delle due tradizioni differiscono per molti dettagli importanti. Questo discorso mette in luce due dei punti principali in cui l’insegnamento buddhista si distingue: la sua comprensione della complessità del processo kammico, e l’applicazione di tale comprensione alla psicologia dell’insegnamento. […]
Dal Dizionario
nirgrantha
Pronunce
In sanscrito, “libero da ogni legame”, termine generalmente usato nei testi buddhisti per indicare i seguaci di Nirgrantha-Jñātīputra (P. Nigaṇṭha-Nātaputta), il nome buddhista del fondatore della religione jaina, mahāvīra.
Secondo le fonti pāli, questo gruppo seguiva le quattro restrizioni prescritte dal loro maestro: la restrizione riguardo all’uso dell’acqua, la restrizione riguardo alle azioni malvagie, la purificazione dal male e la consapevolezza di quando il male viene tenuto a bada. Indossavano un unico indumento anziché andare nudi, e lo utilizzavano per impedire che sporcizia e polvere (che consideravano esseri viventi) entrassero nelle loro ciotole per l’elemosina. I nigaṇṭha erano rinomati per il loro ascetismo estremo. Insegnavano che le conseguenze delle azioni passate potevano essere eliminate solo attraverso una severa penitenza, e che le conseguenze future potevano essere eliminate solo attraverso la completa sospensione dell’azione. La cessazione dell’azione, credevano, conduceva alla cessazione della sofferenza e della sensazione, per mezzo delle quali l’individuo si sarebbe liberato dal ciclo della rinascita. Secondo le fonti pāli, i nigaṇṭha erano influenti al tempo del Buddha ed erano già ben consolidati quando questi iniziò il suo ministero. Le loro roccaforti principali erano a Vesāli (S. vaiśālī) e nālandā. Tra i numerosi membri illustri dell’ordine dei nigaṇṭha vi erano diverse monache, alcune delle quali, come Bhaddā-Kuṇḍalakesā (S. bhadra-kuṇḍalakeśā), si convertirono in seguito al buddhismo. I nigaṇṭha sono frequentemente presi di mira e ridicolizzati nella letteratura buddhista antica. Il Buddha li descrive come indegni per dieci motivi, ossia che sono privi di fede, ingiusti, privi di timore o vergogna, frequentano cattive compagnie, sono presuntuosi e denigratori verso gli altri, avidi, ostinati, sleali, malvagi nei pensieri, e sostenitori di visioni erronee.
"The Princeton Dictionary of Buddhism"