A quel tempo nella grande città di Vaiśālī viveva un uomo ricco di nome Vimalakīrti. In passato aveva già offerto elemosine a un numero incommensurabile di Buddha, aveva piantato profondamente le radici della bontà e aveva colto la verità della non-nascita. Senza impedimenti nella sua eloquenza, capace di spaziare con poteri trascendentali, padroneggiava pienamente gli espedienti mnemonici degli insegnamenti e aveva conseguito lo stato di impavidità.
Dal Dizionario
śamathavipaśyanā
Pronunce
In sanscrito, “calma e intuizione”: termine utilizzato per descrivere uno stato meditativo che combina la chiarezza e la stabilità di śamatha con la comprensione della natura della realtà associata a vipaśyanā. Nella letteratura degli śāstra indiani, vipaśyanā è definita come intuizione della realtà congiunta a śamatha e indotta dalla meditazione analitica. In questo senso, la vera vipaśyanā include śamatha. La combinazione di śamatha e vipaśyanā segna il raggiungimento della saggezza nata dalla riflessione (cintāmayīprajñā); e la combinazione delle due con il vuoto (śūnyatā) come loro oggetto segna l’inizio del sentiero della preparazione (prayogamārga). Nei resoconti yogācāra, come nello Yogācārabhūmi e nell’Abhidharmasamuccaya, si dice che le quattro concentrazioni (dhyāna) e gli assorbimenti (samāpatti) abbiano due parti: uno stato fondamentale (maula), che è śamatha, e una parte vicina preparatoria a quello stato fondamentale (sāmantaka), che è vipaśyanā; questa spiegazione suggerisce la vitale interconnessione tra questi due termini. Samatha e vipassanā sono noti in pāli, ma principalmente in uno strato più tardo dei sutta e nella letteratura dei commenti. I termini sono inoltre importanti nel buddhismo cinese, costituendo ad esempio l’oggetto del magnum opus di Tiantai Zhiyi, il Mohe zhiguan, ovvero la “Grande calma e intuizione”.
"The Princeton Dictionary of Buddhism"