Dal Dizionario
śamatha
Pronunce
In sanscrito, tradotto variamente come “calma”, “serenità”, “quiete” o “tranquillità” (e talvolta come “cessazione”, seguendo la resa cinese del termine); uno dei due rami principali della coltivazione meditativa buddhista (bhāvanā), insieme all’intuizione (vipaśyanā). La calma è la pace e la stabilità mentale che si generano attraverso la coltivazione della concentrazione (samādhi). Śamatha è definita tecnicamente come il grado specifico di concentrazione necessario a generare l’intuizione (vipaśyanā) nella realtà e condurre così alla distruzione delle afflizioni (kleśa). Śamatha è un grado di concentrazione più avanzato di quello ordinariamente associato al regno del desiderio (kāmadhātu), ma non è ancora pienamente quello del primo assorbimento meditativo (dhyāna), vale a dire il primo assorbimento associato al regno della materialità sottile (rūpāvacaradhyāna). Secondo lo Yogācārabhūmi e l’Abhidharmasamuccaya, śamatha è lo stato fondamentale (maula) di ciascuna delle quattro concentrazioni (dhyāna) e delle attainment (samāpatti), in contrapposizione a una parte vicina preparatoria a quello stato fondamentale (cfr. sāmantaka), che è invece vipaśyanā. Il processo di coltivazione meditativa che culmina nella calma è descritto in un resoconto come avente nove stadi. Nel resoconto contenuto nel Madhyāntavibhāga, ad esempio, vi sono otto forze che operano durante questi stadi per eliminare cinque ostacoli: la pigrizia, il dimenticare l’oggetto della concentrazione, l’agitazione e il rimpianto, l’applicazione insufficiente degli antidoti (anabhisaṃskāra) e l’applicazione eccessiva degli antidoti (abhisaṃskāra). Durante lo stadio iniziale, quando si pone per la prima volta la mente sul suo oggetto, il primo ostacolo — la pigrizia — è contrastato da un complesso di quattro fattori mentali motivazionali: chanda (il desiderio di agire), vyāyāma (la determinazione), śraddhā (la fede) e praśrabdhi (la duttilità o disponibilità al compito). Quando la coltivazione della calma ha raggiunto uno stadio leggermente più avanzato, la consapevolezza (smṛti) contrasta la dimenticanza che si verifica quando la concentrazione si allontana dall’oggetto di meditazione. Quando si raggiunge per la prima volta un flusso di concentrazione, una meta-consapevolezza chiamata introspezione o comprensione chiara (saṃprajanya) opera per contrastare l’ottundimento e l’agitazione. Infine, negli ultimi stadi del processo, vi è un’applicazione (abhisaṃskāra) allo scopo di intensificare la concentrazione al livello richiesto e di evitare la lieve sovraeccitazione che accompagna le sensazioni di grande agio; e appena prima del raggiungimento di śamatha, vi è il lasciar cadere ogni applicazione di sforzo consapevole. A quel punto, la calma prosegue da sé come un flusso naturale di tranquillità, recando grande estasi fisica (prīti) e benessere mentale (sukha) che si assestano nello stato avanzato di serenità chiamato śamatha.
Nel contesto della disciplina monastica, śamatha, nella sua accezione di calma, è utilizzata tecnicamente anche per indicare la risoluzione formale delle controversie monastiche. Cfr. adhikaraṇaśamatha; saptādhikaraṇaśamatha.
"The Princeton Dictionary of Buddhism"
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