In quel momento il Buddha disse a Mañjuśrī: «Devi andare a far visita a Vimalakīrti e informarti della sua malattia.»
Mañjuśrī rispose al Buddha: «Onorato dal Mondo, è molto difficile confrontarsi con quell’uomo eminente. È profondamente illuminato riguardo la vera natura della realtà e abile nel predicare gli elementi essenziali della Legge. La sua eloquenza non vacilla mai, la sua saggezza è libera da impedimenti. Comprende tutte le regole della condotta del bodhisattva, e nulla nel segreto scrigno dei Buddha è al di là della sua comprensione. Ha superato la schiera dei demoni e si diletta con i poteri trascendentali. In saggezza e mezzi abili ha padroneggiato tutto ciò che c’è da sapere. Nondimeno, in obbedienza al santo comando del Buddha, andrò a fargli visita e mi informerò della sua malattia.»
Allora i bodhisattva e i principali discepoli nell’assemblea, i Brahmā, gli Indra e i Quattro Re Celesti, pensarono tutti tra sé: «Ora questi due grandi uomini, Mañjuśrī e Vimalakīrti, parleranno insieme, e sicuramente esporranno la meravigliosa Legge!» In quel momento ottomila bodhisattva, cinquecento uditori di voce, e centinaia e migliaia di esseri celesti decisero tutti insieme che avrebbero voluto accompagnare Mañjuśrī nella sua visita.
Mañjuśrī, con questa schiera di bodhisattva, principali discepoli ed esseri celesti che lo circondavano e accompagnavano reverentemente, procedette a entrare nella città di Vaiśālī.
In quel momento l’uomo ricco Vimalakīrti pensò tra sé: «Ora Mañjuśrī sta arrivando con quella grande assemblea!» Subito impiegò i suoi poteri soprannaturali per svuotare la stanza, ripulirla di tutti i suoi arredi e dei suoi attendenti, lasciando solo un unico letto sul quale giaceva malato.
Quando Mañjuśrī entrò in casa, vide che la stanza era spoglia, a esclusione di un letto sul quale giaceva Vimalakīrti. Vimalakīrti disse: «Benvenuto, Mañjuśrī! Vieni senza i segni del venire, mi vedi senza i segni del vedermi.»1
Mañjuśrī disse: «Proprio così, laico. Ciò che è già venuto difficilmente può stare venendo. E ciò che è già partito difficilmente può stare partendo. Cosa intendo? Ciò che viene non ha nessun luogo da cui venire, ciò che parte non ha nessun luogo in cui andare, e ciò che è visto non può essere ulteriormente visto.2 Ma lasciamo da parte questo per il momento.
«Laico, questa tua malattia — riesci a sopportarla? Il trattamento non la sta forse peggiorando invece di migliorarla? L’Onorato dal Mondo innumerevoli volte ha fatto sollecite domande riguardo a te. Laico, qual è la causa di questa malattia? È con te da lungo tempo? E come può essere curata?»
Vimalakīrti rispose: «Questa mia malattia nasce dall’ignoranza e dai sentimenti di attaccamento. Poiché tutti gli esseri viventi sono malati, anch’io sono malato. Se tutti gli esseri viventi guarissero dalla malattia, allora la mia malattia guarirebbe. Perché? Perché il bodhisattva per il bene degli esseri viventi entra nel regno della nascita e della morte, e poiché si trova nel regno della nascita e della morte soffre la malattia. Se gli esseri viventi riescono a liberarsi dalla malattia, allora il bodhisattva non sarà più malato.
«È come il caso di un uomo ricco che ha un solo figlio. Se il figlio si ammala, allora anche il padre e la madre si ammaleranno, ma se la malattia del figlio è guarita, anche il padre e la madre guariranno. Il bodhisattva è così, poiché ama gli esseri viventi come se fossero i suoi figli. Se gli esseri viventi sono malati, il bodhisattva sarà malato, ma se gli esseri viventi guariscono, anche il bodhisattva sarà guarito. Chiedi da quale causa sorge questa malattia — la malattia del bodhisattva sorge dalla sua grande compassione.»
Mañjuśrī disse: «Laico, perché questa stanza è vuota e priva di attendenti?»
Vimalakīrti rispose: «Anche le terre dei Buddha sono tutte vuote.»
«Perché sono vuote?»
«Sono vuote a causa del vuoto», rispose Vimalakīrti.
«E perché il vuoto è vuoto?» chiese Mañjuśrī.
«È vuoto di distinzioni, quindi è vuoto», fu la risposta.
«Il vuoto stesso può essere oggetto di distinzioni?» chiese Mañjuśrī.
«Anche le distinzioni sono vuote», fu la risposta.
«Come si cerca allora il vuoto?» chiese Mañjuśrī.
«Lo si può cercare nelle sessantadue visioni erronee dei non buddhisti3», fu la risposta.
«Come si cercano le sessantadue visioni?» chiese Mañjuśrī.
«Le si può cercare nell’emancipazione dei Buddha», fu la risposta.
«E come si cerca l’emancipazione dei Buddha?» chiese Mañjuśrī.
«La si può cercare nelle menti e nelle azioni di tutti gli esseri viventi», rispose Vimalakīrti. «E hai chiesto perché sono privo di attendenti. Ma in realtà l’intera schiera dei demoni e i credenti non buddhisti sono tutti miei attendenti. Perché? Perché la schiera dei demoni si compiace nel regno della nascita e della morte, e mentre il bodhisattva si trova nel regno della nascita e della morte non disdegna la loro compagnia. I credenti non buddhisti si compiacciono nelle varie visioni della realtà, e il bodhisattva sa come restare imperturbato da tali visioni.»
Mañjuśrī disse: «Questa tua malattia, laico — che forma prende?»
«La mia malattia non ha forma», rispose Vimalakīrti. «Non può essere vista.»
Mañjuśrī disse: «Questa malattia ha sede nel corpo o nella mente?»
«Non ha sede nel corpo, poiché è separata dalla forma corporea», rispose Vimalakīrti. «E non ha sede nella mente, poiché la mente è una cosa simile a un fantasma.»
«Dei quattro grandi elementi — terra, acqua, fuoco e vento — a quale di questi elementi pertiene questa malattia?» chiese Mañjuśrī.
Vimalakīrti rispose: «Questa malattia non pertiene all’elemento terra, ma neppure è separata dall’elemento terra. E lo stesso si può dire degli elementi acqua, fuoco e vento. Eppure le malattie degli esseri viventi sorgono dai quattro elementi. E poiché gli esseri viventi hanno queste malattie, anch’io sono malato.»
Poi Mañjuśrī chiese a Vimalakīrti: «Come dovrebbe procedere un bodhisattva nel confortare e istruire un altro bodhisattva che è malato?»
Vimalakīrti rispose: «Digli dell’impermanenza del corpo, ma non dirgli di disprezzare o allontanarsi dal corpo. Digli delle sofferenze del corpo, ma non dirgli di aspirare al nirvāṇa. Digli che il corpo è privo di ego, ma incitalo a insegnare e guidare gli esseri viventi. Digli del vuoto del corpo, ma non dirgli della sua estinzione finale. Digli di pentirsi delle offese passate, ma non dirgli di consegnarle al passato. Digli di usare la propria malattia come mezzo per simpatizzare con la malattia degli altri, poiché dovrebbe comprendere le loro sofferenze attraverso gli innumerevoli kalpa della loro esistenza passata, e dovrebbe pensare a come portare beneficio a tutti gli esseri viventi. Digli di ricordare la buona fortuna che ha guadagnato attraverso la pratica religiosa, di concentrarsi su una vita di purezza e di non cedere alla tristezza o alla preoccupazione. Dovrebbe coltivare una diligenza costante, sforzandosi di diventare un re dei medici capace di guarire i mali dell’assemblea. Questo è il modo in cui un bodhisattva dovrebbe confortare e istruire un bodhisattva malato in modo da farlo sentire felice.»
Mañjuśrī disse: «Laico, come dovrebbe un bodhisattva malato procedere nel disciplinare la sua mente?»
Vimalakīrti rispose: «Un bodhisattva malato dovrebbe pensare tra sé: “Ora queste mie malattie sorgono tutte dai pensieri illusori, dal pensiero alla rovescia e dalle varie afflizioni delle mie esistenze passate. Non hanno esistenza reale, quindi chi è colui che soffre la malattia? Perché? I quattro grandi elementi si riuniscono, e quindi gli diamo un nome provvisorio, chiamando la cosa un corpo. Ma i quattro grandi elementi non hanno padrone, e il corpo non ha alcun ‘io’ o ego. E anche queste malattie sorgono tutte dall’attaccamento all’ego. Quindi non dovrei nutrire tale attaccamento all’ego.”
«Una volta che si è compresa l’origine della malattia, si può fare a meno del pensiero di un io o ego, e del pensiero degli altri esseri viventi. A tal fine si dovrebbe evocare il pensiero dei fenomeni, pensando tra sé: “È semplicemente che vari fenomeni si sono riuniti per formare questo corpo. È apparso semplicemente perché i fenomeni sono apparsi, e svanirà semplicemente perché i fenomeni svaniranno. E questi fenomeni non si conoscono l’un l’altro. Quando appaiono, non dicono: ‘Sono apparso!’, e quando svaniscono, non dicono: ‘Sono svanito!'”
«Poi, per eliminare il pensiero dei fenomeni, il bodhisattva malato dovrebbe pensare tra sé: “Anche questo pensiero o concetto di fenomeni è una forma di pensiero alla rovescia, e il pensiero alla rovescia può portare a grande sventura. Devo liberarmene. Ma come liberarmene? Liberandomi dei pensieri di io e mio, il che significa liberarmi del dualismo.”
«Cosa si intende per liberarsi del dualismo? Significa non pensare ai fenomeni come interni o esterni4, ma trattarli tutti come uguali. Cosa si intende per uguale? Significa che l’io e il nirvāṇa sono trattati come uguali. Perché? Perché l’io e il nirvāṇa sono entrambi vuoti. Perché sono vuoti? Perché sono meri nomi, dunque vuoti. Nessuno di questi due fenomeni ha natura o caratteristiche fisse. Una volta che si è acquisita questo tipo di visione equanime, si sarà liberati da ogni altra malattia e si avrà solo la malattia del vuoto, e anche la malattia del vuoto è vuota.
«Questo nostro bodhisattva malato non ha sensazioni di dolore o piacere, eppure si consente di sentire tali sensazioni, e mentre la Legge del Buddha è praticata in modo incompleto5 non cerca di eliminare in sé tali sensazioni e di entrare nell’illuminazione finale. Se sente dolore nel corpo, pensa agli esseri viventi nei regni malvagi dell’esistenza e risveglia in sé una mente di grande compassione, dicendo a se stesso: “Ho disciplinato me stesso, ora devo disciplinare anche tutti gli altri esseri viventi!” Dovrebbe liberarli dalle loro malattie senza privarli di nulla6, limitandosi a insegnare loro e guidarli affinché possano recidere la radice della malattia.
«Cosa si intende per radice della malattia? L’attaccarsi agli oggetti. Dall’attaccarsi agli oggetti nasce la radice della malattia. A cosa ci si attacca? Al mondo triplice7. Come si recide questo attaccarsi? Con il non-conseguimento: se non vi è conseguimento, non vi è attaccarsi agli oggetti. Cosa si intende per non-conseguimento? Significa abbandonare le visioni dualistiche.
«Cosa si intende per visioni dualistiche? Significa vedere questo come interno, o vedere quello come esterno. Abbandonare tali visioni — questo è il non-conseguimento.»
«Mañjuśrī, questo è il modo in cui il bodhisattva malato dovrebbe procedere nel disciplinare la sua mente. Così facendo, recide le sofferenze della vecchiaia, della malattia e della morte. Se non lo fa, tutta la sua pratica religiosa e il suo conseguimento nel passato saranno privi di saggezza o profitto. Chi ha superato un nemico giurato merita di essere chiamato un eroe. Allo stesso modo, chi ha reciso vecchiaia, malattia e morte può essere chiamato un bodhisattva.
«Questo bodhisattva malato dovrebbe anche pensare tra sé: “Questa mia malattia non ha realtà, non ha esistenza, e le malattie degli altri esseri viventi ugualmente non hanno realtà e non hanno esistenza.” Quando adotta questa visione, se dovesse concepire una grande compassione contrassegnata da affetto e preoccupazione per gli esseri viventi, dovrebbe subito metterla da parte. Perché? Perché il bodhisattva deve liberarsi da tutte le afflizioni causate dalla contaminazione esterna quando risveglia la sua grande compassione. Se la sua compassione è contrassegnata da affetto e preoccupazione, proverà sentimenti di stanchezza e repulsione verso il regno della nascita e della morte. Ma se riesce a mettere da parte affetto e preoccupazione, non proverà stanchezza né repulsione; in qualunque regno gli capiti di nascere, non sarà accecato dall’affetto o dalla preoccupazione.
«Non è vincolato dalle condizioni della sua nascita, e quindi è in grado di predicare la Legge agli esseri viventi e di liberarli dai loro legami. Come ha detto il Buddha, se uno è egli stesso legato, supporre che possa liberare gli altri dai loro legami è difficilmente ragionevole. Ma se uno è egli stesso libero da legami, è del tutto ragionevole supporre che possa liberare gli altri dai legami. Perciò il bodhisattva non deve crearsi legami da sé.
«Cosa si intende per legami e cosa si intende per liberazione? Il bramare il sapore della meditazione è il legame del bodhisattva; il nascere in questo mondo come forma di mezzi abili è la liberazione del bodhisattva. La saggezza senza mezzi abili è un legame, la saggezza con mezzi abili è liberazione; i mezzi abili senza saggezza sono un legame, i mezzi abili con saggezza sono liberazione.8
«Cosa si intende per legame della saggezza senza mezzi abili? Significa che un bodhisattva, con una mente di attaccamento e visioni erronee, adorna le terre dei Buddha e conduce gli esseri viventi al loro compimento; e si regola mediante le dottrine del vuoto, dell’assenza di forma e della non-azione. Questo è chiamato il legame della saggezza senza mezzi abili.
«Cosa si intende per liberazione della saggezza con mezzi abili? Significa che un bodhisattva, non con una mente di attaccamento e visioni erronee, adorna le terre dei Buddha e conduce gli esseri viventi al loro compimento; e si regola mediante le dottrine del vuoto, dell’assenza di forma e della non-azione, senza mai sperimentare stanchezza o repulsione. Questo è chiamato la liberazione della saggezza con mezzi abili.
«Cosa si intende per legame dei mezzi abili senza saggezza? Significa che un bodhisattva, dimorando nelle passioni come avidità, ira e visioni erronee, coltiva ogni sorta di radici di virtù. Questo è chiamato il legame dei mezzi abili senza saggezza.
«Cosa si intende per liberazione dei mezzi abili con saggezza? Significa che un bodhisattva, allontanandosi dalle passioni come avidità, ira e visioni erronee, coltiva ogni sorta di radici di virtù, orientandole verso l'. Questo è chiamato la liberazione dei mezzi abili con saggezza.
«Mañjuśrī, il bodhisattva malato dovrebbe vedere tutti i fenomeni in questo modo. E dovrebbe vedere il corpo e realizzare che è contrassegnato da impermanenza, sofferenza, vuoto e assenza di ego. Ciò viene chiamato saggezza. Ma sebbene il suo corpo possa essere malato, dovrebbe dimorare costantemente nel regno della nascita e della morte, portando beneficio a tutti gli esseri viventi e non cedendo mai a stanchezza o repulsione. Ciò viene chiamato mezzo abile.
«Dovrebbe inoltre vedere il corpo e realizzare che il corpo non è mai libero dalla malattia, che la malattia non è mai libera dal corpo, e che questo corpo e questa malattia non sono né nuovi né vecchi l’uno rispetto all’altro. Ciò viene chiamato saggezza. E sebbene il suo corpo sia malato, il bodhisattva non cerca mai scampo nell’estinzione eterna. Ciò viene chiamato mezzo abile.
«Mañjuśrī, il bodhisattva malato dovrebbe disciplinare la sua mente non dimorando in tale disciplina, ma non dovrebbe neppure dimorare nella non-disciplina della mente. Perché? Perché se dimora nella non-disciplina della mente, questo è il modo di una persona stupida. Ma se dimora nella disciplina della mente, questo è il modo di un uditore di voce. Quindi il bodhisattva non dovrebbe dimorare né nella disciplina né nella non-disciplina della mente. Rimuoversi da tali dualismi è la pratica del bodhisattva.
«Essere nel regno della nascita e della morte senza seguirne i modi contaminati, dimorare nel nirvāṇa senza cercare l’estinzione eterna — tale è la pratica del bodhisattva. La pratica che non è né quella dei comuni mortali né quella delle persone degne e dei saggi — tale è la pratica del bodhisattva. La pratica che non è né pura né impura — tale è la pratica del bodhisattva. Sebbene trascenda il mondo dei demoni, si manifesta per sconfiggere numerosi demoni — tale è la pratica del bodhisattva. Cercare la conoscenza omnicomprensiva, eppure non cercarla quando il momento è improprio9 — tale è la pratica del bodhisattva.
«Sebbene veda che tutte le cose sono per natura prive di nascita, non entra nel regno dell’assoluto — tale è la pratica del bodhisattva. Sebbene veda tutto alla luce della catena causale a dodici anelli, entra in varie visioni erronee — tale è la pratica del bodhisattva. Sebbene si rivolga a tutti gli esseri viventi, lo fa senza affetto o attaccamento — tale è la pratica del bodhisattva. Sebbene si compiaccia nel distacco, non vi si appoggia fino all’estinzione di corpo e mente — tale è la pratica del bodhisattva.
«Sebbene si muova nel mondo triplice, non arreca danno alla natura del Dharma — tale è la pratica del bodhisattva. Sebbene si muova nel regno del vuoto, pianta molte radici di virtù — tale è la pratica del bodhisattva. Sebbene si muova nel regno dell’assenza di forma, salva tuttavia molti esseri viventi — tale è la pratica del bodhisattva. Sebbene si muova nel regno della non-azione, si manifesta assumendo un corpo — tale è la pratica del bodhisattva. Sebbene eviti il risveglio delle passioni, risveglia in sé la determinazione a compiere tutte le buone azioni — tale è la pratica del bodhisattva.
«Sebbene pratichi le sei pāramitā, riesce a comprendere le menti e le attività mentali di tutti gli esseri viventi — tale è la pratica del bodhisattva. Sebbene sia padrone dei sei poteri trascendentali, non esaurisce tutti gli effluvi — tale è la pratica del bodhisattva. Sebbene possieda le quattro qualità incommensurabili della mente, non è avido di nascere nel cielo Brahmā — tale è la pratica del bodhisattva. Sebbene pratichi meditazione, emancipazione e samādhi, non accetta la rinascita che ne consegue — tale è la pratica del bodhisattva.
«Sebbene pratichi i quattro stati di presenza mentale, non si allontana mai definitivamente dagli oggetti di tale presenza mentale — il corpo, le sensazioni, la mente e le cose — tale è la pratica del bodhisattva. Sebbene si applichi ai quattro tipi di retto sforzo, non cessa di essere assiduo nelle questioni riguardanti corpo e mente — tale è la pratica del bodhisattva. Sebbene coltivi le quattro basi del potere soprannaturale, è già in grado di esercitare poteri trascendentali a volontà — tale è la pratica del bodhisattva. Sebbene coltivi in sé le cinque radici della bontà, riesce anche a distinguere se le radici o le capacità degli altri esseri viventi siano acute o ottuse — tale è la pratica del bodhisattva. Sebbene possieda i cinque poteri, si compiace nel cercare di acquisire i dieci poteri di un Buddha — tale è la pratica del bodhisattva. Sebbene osservi i sette fattori del risveglio, riesce a comprendere tutti i punti sottili della saggezza del Buddha — tale è la pratica del bodhisattva. Sebbene percorra l’ottuplice sentiero santo, si compiace anche nel percorrere l’immisurabile via del Buddha — tale è la pratica del bodhisattva.
«Sebbene pratichi concentrazione e visione profonda come metodi per aiutare sulla via, alla fine non sprofonda nella quieta estinzione — tale è la pratica del bodhisattva. Sebbene pratichi la verità che tutte le cose sono prive di nascita o estinzione, adorna il suo corpo con segni auspiciosi — tale è la pratica del bodhisattva. Sebbene manifesti esteriormente la dignità di un uditore di voce o di un pratyekabuddha, non abbandona mai la Legge del Buddha — tale è la pratica del bodhisattva. Sebbene si conformi alla natura ultimamente pura di tutti i fenomeni, risponde alle circostanze mostrandosi in forma corporea — tale è la pratica del bodhisattva. Sebbene la visione profonda gli dica che tutte le terre dei Buddha sono eternamente tranquille e vuote per natura, manifesta tuttavia vari tipi di pure terre dei Buddha — tale è la pratica del bodhisattva. Sebbene consegua la Buddhità, faccia girare la ruota della Legge ed entri nel nirvāṇa, in realtà non abbandona mai la via del bodhisattva — tale è la pratica del bodhisattva.»
Quando Vimalakīrti pronunciò queste parole, ottomila figli celesti nella grande assemblea guidata da Mañjuśrī rivolsero tutti la mente al conseguimento dell’anuttara-samyak-saṃbodhi.
Note
2 Questo per evitare di produrre una dualità del soggetto e dell’oggetto, in modo da conservare la funzione assoluta del vedere. Vimalakīrti e Mañjuśrī eseguono un breve scambio sul tema della non-dualità prima di entrare nel loro dialogo principale. ↩
7 Il regno del desiderio, della forma e del senza-forma (vedi: traidhātuka). ↩
8 In questo passo, la saggezza rappresenta il corretto atteggiamento mentale del bodhisattva nel suo sforzo di guidare gli altri verso il risveglio, e i mezzi abili rappresentano i metodi concreti che impiega. Il processo di liberazione o risveglio si compie con successo solo quando sia l’atteggiamento che il metodo sono corretti. ↩
9 Non dovrebbe cercare la conoscenza assoluta del Buddha prima di aver completato il sentiero del bodhisattva. ↩