Ho udito che in un’occasione il Ven. Ānanda soggiornava nei pressi di Kosambī, al monastero di Ghosita. Poi Uṇṇābha il bramino si recò dal Ven. Ānanda e, all’arrivo, lo salutò cortesemente. Dopo uno scambio di saluti e convenevoli amichevoli, si sedette da un lato. Seduto lì, disse al Ven. Ānanda: «Maestro Ānanda, qual è lo scopo della vita santa vissuta sotto Gotama il contemplativo?»
«Bramino, la vita santa viene vissuta sotto il Beato con lo scopo di abbandonare il desiderio.»
«Vi è un sentiero, vi è una pratica, per l’abbandono di quel desiderio?»
«Sì, vi è un sentiero, vi è una pratica, per l’abbandono di quel desiderio.»
«Qual è il sentiero, qual è la pratica, per l’abbandono di quel desiderio?»
«Bramino, vi è il caso in cui un monaco sviluppa la base del potere dotata di concentrazione fondata sul desiderio e sulle elaborazioni dello sforzo. Sviluppa la base del potere dotata di concentrazione fondata sulla perseveranza… la concentrazione fondata sull’intenzione… la concentrazione fondata sulla discriminazione e sulle elaborazioni dello sforzo. Questo, bramino, è il sentiero, questa è la pratica per l’abbandono di quel desiderio.»
«Se è così, Maestro Ānanda, allora è un sentiero senza fine, non un sentiero con una fine, poiché è impossibile abbandonare il desiderio per mezzo del desiderio.»
«In tal caso, bramino, permettimi di interrogarti su questa questione. Rispondi come ritieni opportuno. Cosa ne pensi? Non hai forse avuto prima il desiderio, pensando “Andrò al monastero”, e poi, quando hai raggiunto il monastero, quel particolare desiderio non si è forse placato?»
«Sì, signore.»
«Non hai forse avuto prima la perseveranza, pensando “Andrò al monastero”, e poi, quando hai raggiunto il monastero, quella particolare perseveranza non si è forse placata?»
«Sì, signore.»
«Non hai forse avuto prima l’intenzione, pensando “Andrò al monastero”, e poi, quando hai raggiunto il monastero, quella particolare intenzione non si è forse placata?»
«Sì, signore.»
«Non hai forse avuto prima un atto di discriminazione, pensando “Andrò al monastero”, e poi, quando hai raggiunto il monastero, quel particolare atto di discriminazione non si è forse placato?»
«Sì, signore.»
«Così è per un arahant le cui contaminazioni sono esaurite, che ha raggiunto la pienezza, compiuto il compito, deposto il fardello, conseguito il vero scopo, completamente distrutto il legame del divenire, e che è liberato attraverso la retta gnosi. Qualunque desiderio avesse dapprima per il conseguimento dell’arahantship, al conseguimento dell’arahantship quel particolare desiderio si è placato. Qualunque perseveranza avesse dapprima per il conseguimento dell’arahantship, al conseguimento dell’arahantship quella particolare perseveranza si è placata. Qualunque intenzione avesse dapprima per il conseguimento dell’arahantship, al conseguimento dell’arahantship quella particolare intenzione si è placata. Qualunque discriminazione avesse dapprima per il conseguimento dell’arahantship, al conseguimento dell’arahantship quella particolare discriminazione si è placata. Cosa ne pensi dunque, bramino? È questo un sentiero senza fine, o un sentiero con una fine?»
«Hai ragione, Maestro Ānanda. Questo è un sentiero con una fine, non un sentiero senza fine. Magnifico, Maestro Ānanda! Magnifico! Come se raddrizzasse ciò che era capovolto, rivelasse ciò che era nascosto, indicasse la via a chi era perduto, o portasse una lampada nel buio affinché chi ha occhi possa vedere le forme, allo stesso modo il Maestro Ānanda — attraverso molte linee di ragionamento — ha reso chiaro il Dhamma. Vado in rifugio al Maestro Gotama, al Dhamma e al Saṅgha dei monaci. Che il Maestro Ānanda si ricordi di me come di un seguace laico che ha preso rifugio, da questo giorno in avanti, per tutta la vita.»