Vimalakīrti pensò tra sé: «Sono qui a letto malato. Perché l’Onorato dal Mondo nella sua grande compassione non mostra alcuna premura nei miei confronti?»
Il Buddha, consapevole di questo pensiero, disse a Śāriputra: «Devi andare a far visita a Vimalakīrti e informarti della sua malattia.»
Ma Śāriputra rispose al Buddha con queste parole: «Onorato dal Mondo, non sono in grado di fargli visita e informarmi della sua malattia. Perché? Perché ricordo un’occasione del passato in cui mi trovavo seduto in quieta meditazione sotto un albero nella foresta.
«In quel momento Vimalakīrti si avvicinò e mi disse: “Ah, Śāriputra, non dovresti supporre che questo modo di sedere sia il vero stare in quiete! Stare in quiete significa non manifestare né corpo né volontà nel triplice mondo. Questo è stare in quiete. Non uscire dal proprio samādhi di completa cessazione e tuttavia mostrarsi nelle cerimonie della vita quotidiana — questo è stare in quiete. Non abbandonare i principi della Via e tuttavia mostrarsi nelle attività di un comune mortale — questo è stare in quiete. Avere un mente che non si fissa sulle cose interne e tuttavia neppure è impegnata con quelle esterne — questo è stare in quiete. Imperturbato dalle tante teorie, ma praticando i trentasette elementi della Via — questo è stare in quiete. Entrare nel nirvāṇa senza aver posto fine ai desideri terrestri — questo è stare in quiete. Se sei in grado di sedere in questo modo, meriterai il sigillo del Buddha.”
«In quel momento, Onorato dal Mondo, quando lo udii pronunciare queste parole, rimasi in silenzio, poiché non avevo modo di rispondergli. Per questo dico che non sono in grado di fargli visita e informarmi della sua malattia.»
Il Buddha disse allora a Maudgalyāyana: «Devi andare a far visita a Vimalakīrti e informarti della sua malattia.»
Ma Maudgalyāyana rispose al Buddha: «Onorato dal Mondo, non sono in grado di fargli visita e informarmi della sua malattia. Perché? Perché ricordo come in passato entrai nella grande città di Vaiśālī e nelle sue strade e vicoli esposi il Dharma ai credenti laici.
«In quel momento Vimalakīrti si avvicinò e mi disse: “Ah, Maudgalyāyana, quando esponi il Dharma ai credenti laici dalle vesti bianche, non dovresti esporlo nel modo in cui lo stai facendo! L’esposizione del Dharma dev’essere fatta in conformità con il Dharma assoluto.
«“Il Dharma non conosce nulla degli esseri viventi, perché è lontano dalla contaminazione di concetti come “esseri viventi”. Il Dharma non conosce nulla dell'”io”, perché è lontano dalla contaminazione di concetti come “io”. Non conosce nulla di una durata di vita, perché non conosce nulla di nascita e morte. Non conosce nulla dell’individualità, perché è reciso dalle considerazioni sulle esistenze passate o future. Il Dharma è per sempre immobile e sereno, perché ha eliminato tutte le caratteristiche. Il Dharma è senza caratteristiche, perché è senza nulla che possa essere percepito. Il Dharma è senza nomi o appellativi, perché è reciso da ogni linguaggio. Il Dharma è senza alcuna esposizione, perché è lontano dalla contemplazione ampia o minuta da parte della mente. Il Dharma è senza forme o caratteristiche, perché è come se fosse vacuo e vuoto. Il Dharma non è oggetto di teorie frivole, perché infine è vuoto. Il Dharma è senza il concetto di “mio”, perché è lontano da ogni concetto di possesso personale. Il Dharma è senza distinzioni, perché è separato da ogni tipo di coscienza. Il Dharma non ha nulla con cui possa essere paragonato, perché non vi è alcuna entità che possa essergli posta accanto.
«“Il Dharma non è influenzato dalle cause, perché non esiste in un regno condizionato. Il Dharma è identico alla natura del Dharma, perché pervade tutti i fenomeni. Il Dharma si conforma a ciò che è veramente così, perché non vi è nient’altro a cui conformarsi. Il Dharma dimora nel luogo della realtà, non essendo influenzato da nulla che vi si trovi alla periferia. Il Dharma è senza moto o vacillazione, non dipendendo mai dai sei oggetti dei sensi. Il Dharma è senza andare o venire, poiché non dimora in alcun luogo dal principio.
«“Il Dharma si accorda con il vuoto, segue ciò che è privo di forma, risponde a ciò che è privo di azione. Il Dharma è separato dal bello o dal brutto. Il Dharma non conosce aumento né diminuzione, il Dharma non conosce nascita né estinzione, il Dharma non conosce destinazione. Il Dharma trascende occhi, orecchie, naso, lingua, corpo e mente. Il Dharma non conosce alto o basso. Il Dharma dimora costantemente senza muoversi. Il Dharma è separato da tutte le pratiche meditative.
«“Ah, Maudgalyāyana, poiché le caratteristiche del Dharma sono tali, come lo si può esporre? Esporre il Dharma significa nessuna esposizione, nessuna dimostrazione, e ascoltare il Dharma significa nessun ascolto, nessuna comprensione. È come un evocatore di fantasmi che espone il Dharma a persone fantasma. È con questa comprensione che dovresti esporre il Dharma.
«“Dovresti tenere conto che alcuni esseri viventi sono acuti nella capacità mentre altri sono ottusi, coltivare il tipo di visione profonda abile che è libera da ogni impedimento, con una mente impregnata di grande compassione lodare il Grande Veicolo, e ricordare il debito di gratitudine che hai nei confronti del Buddha, non permettendo mai ai Tre Tesori di venire meno. Quando avrai fatto tutto questo, potrai esporre il Dharma.”
«Quando Vimalakīrti espose il Dharma in questo modo, ottocento credenti laici rivolsero la mente al conseguimento dell’anuttara-samyak-saṃbodhi. Non possiedo un’eloquenza come questa. Perciò dico che non sono in grado di fargli visita e informarmi della sua malattia.»
Il Buddha disse allora a Mahākāśyapa: «Devi andare a far visita a Vimalakīrti e informarti della sua malattia.»
Ma Mahākāśyapa rispose al Buddha: «Onorato dal Mondo, non sono in grado di fargli visita e informarmi della sua malattia. Perché? Perché ricordo come in passato stavo elemosinando cibo in un villaggio povero.
«In quel momento Vimalakīrti si avvicinò e mi disse: “Ah, Mahākāśyapa, hai una mente contrassegnata dalla compassione e dalla pietà, ma non sai come applicarla ugualmente a tutti. Invece eviti i ricchi e potenti e vai a elemosinare tra i poveri.
«“Mahākāśyapa, devi attenerti al principio dell’equanimità e con quello spirito andare in giro a mendicare il cibo. Poiché alla fine non esiste una cosa come il mangiare, con quello spirito si va in giro a mendicare il cibo. Poiché si desidera distruggere la dipendenza da cose caratterizzate da un mero insieme di elementi, con quello spirito si accettano queste offerte di cibo. Poiché alla fine non vi è ricevere, con quello spirito si riceve questo cibo.
«“Quando entri in un villaggio, pensalo come un villaggio vuoto. Le forme che vi vedi dovrebbero apparire come apparirebbero a un cieco, i suoni che senti dovrebbero essere meri echi. Gli aromi che inali dovrebbero essere semplice aria sottile, i sapori che assaggi dovrebbero essere indifferenziati.
«“Accetta tutte le sensazioni in conformità con il risveglio della saggezza, e comprendi che tutti i fenomeni non sono altro che forme fantasma. Non hanno natura intrinseca, né acquisiscono alcun’altra natura.1
«“Mahākāśyapa, se, senza mettere da parte gli otto errori2, puoi entrare nelle otto liberazioni; se, pur possedendo i segni dell’errore, puoi entrare nella Legge corretta; se con un solo pasto puoi nutrire tutti gli esseri, offrendo elemosine ai Buddha e ai saggi e alle persone degne, allora dopo potrai mangiare il tuo cibo.
«“Chi mangia in questo modo non possiede desideri terrestri né è separato dai desideri terrestri, non entra in uno stato meditativo della mente né emerge da tale stato, non dimora in questo mondo né dimora nel nirvāṇa.
«“Chi fa elemosina in questo modo non ne ricava né grande fortuna né poca fortuna, né profitto né perdita. Questo è il modo corretto di entrare nella via del Buddha senza fare affidamento sul sentiero dell’uditore.
«“Mahākāśyapa, se sei in grado di mangiare il tuo cibo in questo modo, allora non mangerai invano il cibo che gli altri ti offrono.”
«In quel momento, Onorato dal Mondo, quando udii queste parole, guadagnai ciò che non avevo mai avuto prima, e fui pervaso da un profondo rispetto per tutti i bodhisattva. E pensai tra me: “Se questo capofamiglia possiede un’eloquenza e una saggezza tali da poter parlare così, chi potrebbe ascoltarlo senza essere spinto a rivolgere la mente al conseguimento dell’anuttara-samyak-saṃbodhi?” Da quel momento cessai di incitare gli altri a seguire il sentiero dell’uditore o del pratyekabuddha. Perciò dico che non sono in grado di fargli visita e informarmi della sua malattia.»
Il Buddha disse allora a Subhūti: «Devi andare a far visita a Vimalakīrti e informarti della sua malattia.»
Ma Subhūti rispose al Buddha: «Onorato dal Mondo, non sono in grado di fargli visita e informarmi della sua malattia. Perché? Perché ricordo come in passato andai a casa sua a elemosinare.
«In quel momento Vimalakīrti prese la mia ciotola dell’elemosina, la riempì di cose da mangiare, e disse: “Ah, Subhūti, se si è in grado di guardare a tutti i cibi come uguali, quella persona è in grado di guardare a tutte le cose come uguali, e se si guarda a tutte le cose come uguali, si guarderà a tutti i cibi come uguali. Se si elemosina in questo modo, allora si è degni di ricevere cibo.
«“Subhūti, se non riesci a separarti dalla lussuria, dalla rabbia e dalla stupidità e tuttavia non sei parte di queste; se riesci ad astenerti dal distruggere l’idea di un sé e tuttavia a vedere tutte le cose come di natura unica; se senza eliminare ottusità e attaccamento riesci a trovare la via verso la comprensione e la libertà dall’attaccamento; se puoi sembrare un perpetratore dei cinque peccati capitali3 e tuttavia conseguire l’emancipazione; se puoi essere né schiavo né libero, né uno che ha percepito le quattro nobili verità né uno che non le ha percepite, né uno che ottiene i frutti della pratica religiosa né uno che non li ottiene, né un comune mortale né uno che si è rimosso dai modi del comune mortale, né un saggio né un non saggio — se in questo modo sei in grado di padroneggiare tutte le cose fenomeniche e tuttavia rimuoverti dai modi che le contraddistinguono, allora sarai degno di ricevere cibo.
«“Subhūti, se senza vedere il Buddha o ascoltare la sua Legge sei disposto a prendere quei sei maestri eretici, Pūraṇa Kāśyapa, Maskarin Gośāliputra, Sañjaya Vairaṭīputra, Ajita Keśakambala, e Nirgrantha Jñātiputra, come tuoi maestri, abbandonare la vita di famiglia a causa loro, e seguirli nel cadere negli stessi errori in cui cadono loro, allora sarai degno di ricevere cibo.
«“Subhūti, se puoi aderire a visioni erronee e quindi non raggiungere mai l’altra riva del risveglio; se puoi restare tra le otto difficoltà e non sfuggire mai alla difficoltà, e puoi fare causa comune con i desideri terrestri e allontanarti da uno stato di purezza; se quando consegui il samādhi della non-disputa permetti a tutti gli esseri viventi di conseguire lo stesso grado di concentrazione; se coloro che ti fanno elemosina non sono destinati a guadagnarne buona fortuna, e coloro che ti fanno offerte cadono nei tre sentieri malvagi dell’esistenza; se sei disposto a unire le forze alla schiera dei demoni e a fare delle contaminazioni il tuo compagno; se puoi non essere diverso da tutti questi demoni e queste polveri e contaminazioni; se puoi portare odio verso tutti gli esseri viventi, calunniare i Buddha, vilipendere la Legge, non essere annoverato tra l’assemblea dei monaci, e alla fine non conseguire mai il nirvāṇa — se riesci a fare tutto questo, allora sarai degno di ricevere cibo.”4
«In quel momento, Onorato dal Mondo, quando udii queste parole, rimasi sbigottito, non sapendo che tipo di parole fossero né come rispondervi. Posai la mia ciotola dell’elemosina, intenzionato ad abbandonare la casa, ma Vimalakīrti mi disse: “Ah, Subhūti, raccogli la tua ciotola dell’elemosina e non aver paura. Perché lo dico? Se un essere fantasma evocato dal Così Venuto ti rimproverasse come ho appena fatto io, non avresti paura, vero?”
«“No”, risposi.
«Vimalakīrti disse: “Tutte le cose nel mondo fenomenico sono proprio tali fantasmi ed esseri evocati. Quindi non hai motivo di aver paura. Perché? Perché anche le parole e i pronunciamenti non sono diversi da queste altre forme fantasma. Quando una persona è saggia, non si aggrappa alle parole e quindi non ne ha paura. Perché? Perché le parole sono qualcosa di separato dalla natura propria — le parole non esistono davvero. E questa è l’emancipazione. Tutte le cose del mondo fenomenico portano questo segno dell’emancipazione.”
«Quando Vimalakīrti espose la Legge in questo modo, duecento esseri celesti conseguirono la purezza dell’Occhio del Dharma. Perciò dico che non sono in grado di fargli visita e informarmi della sua malattia.»
Il Buddha disse allora a Pūrṇa Maitrāyaṇīputra: «Devi andare a far visita a Vimalakīrti e informarti della sua malattia.»
Ma Pūrṇa disse al Buddha: «Onorato dal Mondo, non sono in grado di fargli visita e informarmi della sua malattia. Perché? Perché ricordo come una volta, sotto un albero nella grande foresta, stavo esponendo la Legge ad alcuni monaci che avevano appena iniziato lo studio della Via.
«In quel momento Vimalakīrti si avvicinò e mi disse: “Ah, Pūrṇa, dovresti prima entrare nella meditazione e osservare la mente di una persona prima di esporle la Legge. Non si mette cibo marcio in un vaso prezioso. Devi determinare quali pensieri siano nelle menti di questi monaci. Non trattare il prezioso lapislazzuli come se fosse semplice vetro!
«“Sembri incapace di comprendere le capacità fondamentali degli esseri viventi. Non devi cercare di destare le loro aspirazioni predicando le dottrine del Veicolo Minore. Non infliggere ferite a coloro che sono privi di ferite! Se vuoi che percorrano la grande via maestra, non mostrare loro un piccolo sentiero laterale. Non cercare di racchiudere il vasto oceano nell’impronta di uno zoccolo di bue, non considerare la luce del sole come se fosse il bagliore di una lucciola!
«“Pūrṇa, questi monaci da tempo immemorabile hanno rivolto la mente al Grande Veicolo, ma in seguito hanno dimenticato le loro intenzioni originali. Perché mai usi le dottrine del Veicolo Minore per insegnarli e guidarli? Per come la vedo, la saggezza del Veicolo Minore è trita e superficiale, come la comprensione di un cieco. È incapace di discernere se le capacità degli esseri viventi siano acute o ottuse.”
«In quel momento Vimalakīrti entrò nel samādhi, rendendo possibile a questi monaci di prendere consapevolezza delle loro esistenze precedenti. In passato, sotto cinquecento Buddha, avevano piantato le radici della virtù e rivolto la mente al conseguimento dell’anuttara-samyak-saṃbodhi. E in quel momento furono improvvisamente in grado di ritrovare il loro spirito originale di determinazione. Con ciò, i monaci chinarono il capo ai piedi di Vimalakīrti. Poi egli predicò loro la Legge, assicurandosi che non regredissero mai più nel loro sforzo verso l’anuttara-samyak-saṃbodhi. E pensai tra me che un uditore di voce non dovrebbe mai predicare la Legge quando non è in grado di discernere le capacità interiori delle persone. Perciò dico che non sono in grado di far visita a Vimalakīrti e informarmi della sua malattia.»
Il Buddha disse allora a Mahākātyāyana: «Devi andare a far visita a Vimalakīrti e informarti della sua malattia.»
Ma Mahākātyāyana disse al Buddha: «Onorato dal Mondo, non sono in grado di fargli visita e informarmi della sua malattia. Perché? Perché ricordo come in passato il Buddha stava riassumendo per i monaci i punti essenziali della sua predicazione della Legge. In seguito esposi e sviluppai ciò che aveva detto, discutendo il significato dei termini impermanenza, sofferenza, vuoto, non-sé, e della quieta estinzione o nirvāṇa.
«In quel momento Vimalakīrti si avvicinò e mi disse: “Ah, Mahākātyāyana, non devi cercare di esporre la vera natura dei fenomeni quando la tua mente è preoccupata da distinzioni come nascita o estinzione. Poiché alla fine tutti i fenomeni non conoscono né nascita né estinzione — questo è il significato dell’impermanenza. I cinque aggregati sono spalancati, vuoti, nulla che sorga in essi — questo è il significato della sofferenza. I vari fenomeni non hanno in ultima istanza esistenza — questo è il significato del vuoto. Sé e non-sé non sono due cose diverse — questo è il significato del non-sé. I fenomeni non sono mai stati “così” per cominciare, e quindi non cesseranno mai di essere “così”5 — questo è il significato della quieta estinzione.”
«Quando espose la Legge in questo modo, le menti dei monaci furono in grado di conseguire l’emancipazione. Perciò dico che non sono in grado di far visita a Vimalakīrti e informarmi della sua malattia.»
Il Buddha disse allora ad Aniruddha: «Devi andare a far visita a Vimalakīrti e informarti della sua malattia.»
Ma Aniruddha disse al Buddha: «Onorato dal Mondo, non sono in grado di fargli visita e informarmi della sua malattia. Perché? Perché ricordo come una volta stavo camminando per sgranchirmi le gambe quando un re Brahmā di nome Purezza Austera, accompagnato da diecimila Brahmā, tutti emananti raggi di pura luce, venne al luogo in cui mi trovavo. Chinando il capo in omaggio, mi interrogò, dicendo: “Aniruddha, fin dove riesce a vedere questo tuo occhio divino?”6
«Risposi: “Signore, riesco a vedere questo intero mondo del milione di triplici mondi, la terra dei Buddha di Śākyamuni, come se stessi guardando giù verso un frutto myrobalan nel palmo della mia mano.”
«In quel momento Vimalakīrti si avvicinò e mi disse: “Ah, Aniruddha, questa vista posseduta dall’occhio divino — è condizionata per natura, o è incondizionata? Se è condizionata per natura, allora è uguale ai cinque poteri trascendentali dei maestri non buddhisti. E se è incondizionata, allora è increata, e quindi è incapace di vedere alcunché.”
«In quel momento rimasi in silenzio. Ma i Brahmā, udendo le sue parole, conseguirono ciò che non avevano mai avuto prima. Subito gli fecero omaggio e dissero: “In questo mondo, chi possiede il vero occhio divino?”
«Vimalakīrti rispose: “Solo il Buddha, l’Onorato dal Mondo, è in grado di acquisire il vero occhio divino. È costantemente in uno stato di samādhi e può vedere tutte le terre dei Buddha, perché non vede in termini di dualità.”
«Dopodiché il re Brahmā Purezza Austera e il suo seguito di cinquecento divinità Brahmā rivolsero tutti la mente al conseguimento dell’anuttara-samyak-saṃbodhi. Si inchinarono ai piedi di Vimalakīrti e poi improvvisamente non furono più visti. Perciò dico che non sono in grado di far visita a Vimalakīrti e informarmi della sua malattia.»
Il Buddha disse allora a Upāli: «Devi andare a far visita a Vimalakīrti e informarti della sua malattia.»
Ma Upāli rispose al Buddha: «Onorato dal Mondo, non sono in grado di fargli visita e informarmi della sua malattia. Perché? Perché ricordo una volta in passato quando due monaci avevano violato le regole di condotta e si sentivano pieni di vergogna ma non osavano chiedere al Buddha cosa fare. Vennero quindi da me e dissero: “Ah, Upāli, abbiamo violato i precetti e siamo davvero pieni di vergogna, ma non osiamo chiedere al Buddha cosa fare. Ti preghiamo di liberarci dai nostri dubbi e rimorsi e di dirci come possiamo essere scagionati dalla colpa.”7
«Spiegai loro come si procede per ottenere il perdono secondo la Legge. Ma in quel momento Vimalakīrti si avvicinò e mi disse: “Ah, Upāli, non rendere ancora più grave l’offesa che questi monaci hanno commesso! Dovresti subito procedere a eliminare i loro dubbi e rimorsi senza turbare ulteriormente le loro menti!
«“Perché lo dico? Perché la loro offesa per sua natura non esiste né dentro di loro, né fuori, né in mezzo. Come il Buddha ci ha insegnato, quando la mente è contaminata, l’essere vivente sarà contaminato. Quando la mente è pura, l’essere vivente sarà puro. Come è la mente, così sarà l’offesa o la contaminazione. Lo stesso vale per tutte le cose, poiché nessuna sfugge al regno della Talità.
«“Ora, Upāli, se si consegue l’emancipazione dall’illusione attraverso la comprensione della natura della mente, rimane qualche contaminazione?”
«“No”, risposi.
«Vimalakīrti disse: “Allo stesso modo, quando tutti gli esseri viventi conseguono la comprensione della natura della mente, allora non esiste alcuna contaminazione. Ah, Upāli, i pensieri illusori sono contaminazione. Dove non vi sono pensieri illusori, quello è purezza. Il pensiero alla rovescia è contaminazione. Dove non vi è pensiero alla rovescia, quello è purezza. La credenza nel sé è contaminazione. Dove non vi è tale credenza, quello è purezza.
«“Upāli, tutti i fenomeni nascono e passano nell’estinzione, senza mai durare, come fantasmi, come fulmini. Non si attendono l’un l’altro né si attardano un istante. Tutti i fenomeni sono il prodotto della visione illusoria, come sogni, come fiamme, come la luna nell’acqua o un’immagine in uno specchio, nati da pensieri illusori. Chi comprende questo è chiamato un guardiano dei precetti, chi comprende questo è chiamato ben liberato.”
«A questo punto i due monaci esclamarono: “Saggezza sublime! Upāli non potrebbe mai eguagliarla; colui che è ‘il primo nell’osservare i precetti’ non potrebbe mai parlare così!” E io aggiunsi: “Mettendo da parte il Così Venuto, nessun uditore di voce o bodhisattva ha mai posseduto una tale eloquenza nell’esposizione adeguata. Guarda quanto è chiara e penetrante la sua saggezza!”
«A quel punto i dubbi e i rimorsi dei due monaci furono spazzati via ed essi rivolsero la mente al conseguimento dell’anuttara-samyak-saṃbodhi, facendo voto: “Faremo in modo che tutti gli esseri viventi conseguano un’eloquenza come questa!” Perciò dico che non sono in grado di far visita a Vimalakīrti e informarmi della sua malattia.»
Il Buddha disse allora a Rāhula: «Devi andare a far visita a Vimalakīrti e informarti della sua malattia.»
Ma Rāhula disse al Buddha: «Onorato dal Mondo, non sono in grado di fargli visita e informarmi della sua malattia. Perché? Perché ricordo come una volta in passato i figli degli uomini ricchi di Vaiśālī vennero al luogo in cui mi trovavo, chinarono il capo in omaggio e mi interrogarono. “Ah, Rāhula,” dissero, “sei il figlio del Buddha, eppure hai abbandonato la tua pretesa al rango di re che fa girare la ruota e hai lasciato la vita di famiglia per diventare monaco. Quali benefici si acquisiscono lasciando la vita di famiglia?”
«Spiegai loro i benefici e le benedizioni che si conseguono lasciando la vita di famiglia come la Legge li descrive. Ma in quel momento Vimalakīrti si avvicinò e mi disse: “Ah, Rāhula, non dovresti parlare dei benefici e delle benedizioni conseguiti lasciando la vita di famiglia. Perché? Perché essere privi di benefici e privi di benedizioni è lasciare la vita di famiglia.
«“Nel caso di cose che sono condizionate per natura si può parlare di esse come aventi benefici e benedizioni. Ma chi lascia la vita di famiglia entra nel regno dell’incondizionato, e nel regno dell’incondizionato non vi sono benefici, non vi sono benedizioni.
«“Rāhula, lasciare la vita di famiglia non è quello, non è questo e non è in mezzo. Significa abbandonare le sessantadue visioni erronee8 per dimorare nel nirvāṇa; è accettato dai saggi e praticato dai santi. Significa conquistare e soggiogare la schiera dei demoni, andare oltre i cinque regni dell’esistenza, purificare i cinque occhi, acquisire i cinque poteri e coltivare le cinque radici della bontà. Significa non disturbare gli altri ma rimuoversi dai molteplici mali, confutare le dottrine non buddhiste, trascendere il regno dei nomi provvisori, scrollarsi di dosso fango e contaminazione. È senza legami o attaccamenti, senza possessi personali, senza pensiero di possessi, senza agitazione o confusione. Significa custodire la gioia interiormente, custodire le menti degli altri, praticare la meditazione e liberarsi da ogni colpa. Se si è in grado di fare tutto questo, allora si è davvero lasciata la vita di famiglia.”
«Poi Vimalakīrti si rivolse ai figli degli uomini ricchi, dicendo: “Ora che vi trovate in mezzo alla Legge corretta, dovreste tutti unirvi nel lasciare la vita di famiglia. Perché? Perché è raro imbattersi in un’epoca in cui il Buddha è nel mondo!”
«Ma i figli degli uomini ricchi dissero: “Laico, abbiamo sentito il Buddha dire che non si deve lasciare la vita di famiglia senza il permesso dei propri genitori.”
«“In tal caso, rivolgete le vostre menti al conseguimento dell’anuttara-samyak-saṃbodhi,” disse Vimalakīrti. “Questo equivale a lasciare la vita di famiglia, equivale a prendere i voti monastici.”
«A quel tempo trentadue figli di uomini ricchi rivolsero tutti la mente al conseguimento dell’anuttara-samyak-saṃbodhi. Perciò dico che non sono in grado di far visita a Vimalakīrti e informarmi della sua malattia.»
Il Buddha disse allora ad Ānanda: «Devi andare a far visita a Vimalakīrti e informarti della sua malattia.»
Ma Ānanda disse al Buddha: «Onorato dal Mondo, non sono in grado di fargli visita e informarmi della sua malattia. Perché? Perché ricordo come una volta in passato l’Onorato dal Mondo non si sentiva del tutto bene e aveva bisogno di latte vaccino. Presi subito la mia ciotola dell’elemosina, andai alla casa di uno dei grandi Brāhmaṇa e mi fermai presso il portone. In quel momento Vimalakīrti si avvicinò e mi disse: “Ah, Ānanda, cosa fai qui così di mattina con la tua ciotola dell’elemosina?”
«Risposi: “Laico, l’Onorato dal Mondo soffre di una lieve malattia corporea e ha bisogno di latte vaccino. Per questo sono venuto qui.”
«Ma Vimalakīrti disse: “Silenzio, silenzio, Ānanda! Non pronunciare mai tali parole! Il corpo del Così Venuto è duro come il diamante nella sua sostanza. Tutti i mali sono stati recisi, innumerevoli cose buone vi si raccolgono. Come potrebbe conoscere la malattia, come potrebbe conoscere la sofferenza? Vattene in silenzio, Ānanda, e non diffamare il Così Venuto. Non lasciare che altri ti sentano pronunciare parole così rozze! Non lasciare che questi esseri celesti di grande maestà e virtù e questi bodhisattva venuti dalle terre pure di altre regioni sentano tali affermazioni!
«“Ānanda, perfino un saggio re che fa girare la ruota con le sue poche benedizioni è comunque in grado di tenersi lontano dalla malattia. Quanto più allora il Così Venuto, in cui si incontrano benedizioni incommensurabili, il superatore di tutti! Vattene, Ānanda, e non infliggerci questa vergogna.
«“Se i non buddhisti e i Brāhmaṇa dovessero sentire tali discorsi, penserebbero tra sé: “Perché chiamare quest’uomo Maestro? Non riesce a salvarsi dalla malattia, come potrebbe salvare gli altri dalle loro malattie?” Vattene rapidamente così nessuno sentirà ciò che hai detto!
«“Ānanda, devi sapere che il corpo del Così Venuto è il corpo del Dharma, non il corpo del mondo del pensiero e dei desideri. Il Buddha è l’Onorato dal Mondo che trascende il mondo triplice. Il corpo del Buddha è libero da fuoriuscite, poiché tutte le sue fuoriuscite sono state recise. Il corpo del Buddha è incondizionato e non rientra nel regno dei destini. Un corpo come questo — come potrebbe conoscere la malattia, come potrebbe conoscere la sofferenza?”
«In quel momento, Onorato dal Mondo, mi sentii davvero pieno di vergogna e pensai: “Devo andare dal Buddha e chiedergli se ho sentito male.” Ma in quel momento udii una voce nel cielo che diceva: “Ānanda, è come ha detto il laico. Ma il Buddha è apparso in questo mondo malvagio delle cinque impurità e al momento sta praticando la Legge per salvare e liberare gli esseri viventi. Vattene, Ānanda, prendi il latte e non vergognarti!”
«Ma, Onorato dal Mondo, Vimalakīrti possiede una saggezza e un’eloquenza tali! Perciò dico che non sono in grado di fargli visita e informarmi della sua malattia.»
Così tutti e cinquecento i principali discepoli descrissero uno per uno al Buddha un’esperienza precedente e le parole che Vimalakīrti aveva pronunciato in quell’occasione, dichiarando ciascuno: «Non sono in grado di fargli visita e informarmi della sua malattia.»
Note
1 Oppure, secondo un’altra interpretazione: «Intrinsecamente non hanno mai preso fuoco, e quindi non si spegneranno mai.» Il carattere jan può significare sia «così», sia «pertanto», sia «bruciare». ↩
2 L’opposto del Nobile Ottuplice Sentiero vale a dire: 1) opinioni errate, 2) pensieri errati, 3) parole false e oziose, 4) comportamento eterodosso, 5) mezzi di sussistenza o occupazione eterodossa, 6) falso zelo 7) presenza mentale errata, 8) meditazione eterodossa. ↩
3 1) parricidio, 2) matricidio, 3) uccisione di un arhat, 4) spargimento di sangue di un Buddha, 5) distruzione dell’amornia del saṃgha ↩
4 Vimalakīrti istrui Subhūti a cessare di differenziare e a rimanere indifferente alle dualità, alle relatività e agli opposti, in modo da esaminare la natura sottostante di tutti i fenomeni allo scopo di sviluppare una mente omnipervadente in armonia con l’unicità della realtà assoluta. ↩
5 Oppure, secondo un’altra interpretazione: «Le cose non hanno mai preso fuoco per cominciare, quindi non possono spegnersi ora.» Si veda la nota 1 di questo capitolo. ↩
8 Le sessantadue visioni erronee derivano dai cinque aggregati considerati in tre periodi di tempo. Nel passato, ciascuno è considerato permanente, impermanente, entrambe le cose o né l’una né l’altra (5 × 4 = 20). Nel presente — e qui si tratta di spazio, ossia di estensione — ciascuno è finito, infinito, entrambe le cose o né l’uno né l’altro (5 × 4 = 20). Nel futuro, ciascuno continua, non continua, entrambe le cose o né l’una né l’altra (5 × 4 = 20): sessanta in tutto. Se vi si aggiungono le due idee secondo cui corpo e mente sarebbero un’unità oppure cose distinte, si arriva a un totale di sessantadue. ↩