Così ho udito: In una certa occasione il Beato dimorava presso Sāvatthī, nel Bosco di Jeta, nel monastero di Anāthapiṇḍika. Là si rivolse ai monaci: «Monaci!» «Sì, venerabile signore», risposero i monaci. Il Beato disse: «Vi insegnerò e analizzerò l’origine e la cessazione dei quattro fondamenti della consapevolezza. Ascoltate e prestate attenta attenzione. Ora parlerò.»
Dal Dizionario
saṃjñā
Pronunce
In sanscrito, “percezione”, “discriminazione” o “identificazione (concettuale)”. Il termine possiede sia connotazioni positive sia negative. Come uno dei cinque fattori onnipresenti (sarvatraga) nelle classificazioni dei concomitanti mentali (caitta, pāli: cetasika) nella scuola vaibhasika dell’sarvastivada abhidharma e nella scuola yogacara, saṃjñā può essere resa al meglio come “discriminazione”, riferendosi alla funzione mentale che differenzia e identifica gli oggetti attraverso l’apprensione delle loro qualità specifiche.
saṃjñā percepisce gli oggetti in modo tale che, quando l’oggetto viene percepito nuovamente, possa essere prontamente riconosciuto e categorizzato concettualmente. In questo contesto percettivo, si distinguono sei varietà di saṃjñā, ciascuna derivante da una delle sei facoltà sensoriali. Si ha così la percezione degli oggetti visivi (rupasaṃjñā), la percezione degli oggetti uditivi (sabdasaṃjñā), la percezione degli oggetti mentali (dharmasaṃjñā), e così via.
Come terzo dei cinque aggregati (skandha), saṃjñā è impiegata in questo senso, in particolare come il fattore che percepisce le sensazioni piacevoli o spiacevoli in quanto tali, dando origine ad attrazione, avversione e altre afflizioni (klesa) che motivano l’azione (karman).
Nel composto “assorbimento della non-percezione” (asaṃjñāsamapatti), saṃjñā si riferisce alle attività mentali che, quando temporaneamente soppresse, procurano sollievo dalla tensione. Alcuni resoconti interpretano positivamente questo stato, intendendo che l’aggregato della percezione non sia più in funzione, implicando uno stato di quiete con cessazione di ogni pensiero cosciente. In altri resoconti, tuttavia, l’asaṃjñāsamapatti è descritta come uno stato nichilistico di torpore mentale, che alcuni maestri non buddhisti avevano erroneamente ritenuto essere la quiete ultima e permanente della mente, giungendo ad attaccarsi a tale stato come se fosse la liberazione finale.
Nei materiali pāli, saññā può inoltre riferirsi a “concetti” o “percezioni” utilizzati come oggetti di meditazione. Il canone pāli presenta diversi di questi oggetti meditativi, come la percezione dell’impermanenza (aniccasaññā, vedi anitya), la percezione del pericolo (adinava-saññā), la percezione della repulsione (patighasaññā, vedi pratigha), e così via.
"The Princeton Dictionary of Buddhism"