Dal Dizionario
lakṣaṇa
Pronunce
In sanscrito, termine polisemico che significa “segno”, “caratteristica”, “attributo” o “marcatura”; è usato in vari contesti per indicare la caratteristica principale o la qualità distintiva di qualcosa. Come caratteristica primaria, lakṣaṇa indica i tratti distintivi di un dharma; ad esempio, il fattore “terra” (pṛthivī) può essere caratterizzato dal segno della “durezza”.
Le tre caratteristiche definitorie (trilakṣaṇa) di tutte le cose condizionate (saṃskṛta) sono l’impermanenza (anityatā), l’insoddisfazione (duḥkha) e l’assenza di un sé permanente (anātman).
La scuola sarvāstivāda descrive anche quattro caratteristiche (caturlakṣaṇa) che governano tutti gli oggetti condizionati (saṃskṛtalakṣaṇa): origine o nascita (jāti), durata o maturazione (sthiti), vecchiaia o decadimento (jarā) e cessazione o morte (anitya). Questa scuola considerava tali fattori come “forze dissociate dalla mente” (cittaviprayuktasaṃskāra) che guidano gli oggetti composti lungo il loro processo di trasformazione fino alla cessazione.
Il termine lakṣaṇa è usato anche per indicare i trentadue segni maggiori (dvātriṃśadvaralakṣaṇa) di un grande uomo (vedi mahāpuruṣalakṣaṇa), che compaiono sul corpo fisico (rūpakāya) di un buddha o di un sovrano universale (cakravartin); a questi si accompagnano ottanta segni minori (anuvyañjana).
Nella scuola yogācāra, lakṣaṇa può riferirsi alle tre caratteristiche intrinseche dei fenomeni, equivalenti alle tre nature (trisvabhāva): l’immaginario (parikalpita), il dipendente (paratantra) e il perfettamente compiuto (pariniṣpanna).
Nella scuola madhyamaka, il termine indica i “segni” di esistenza intrinseca (svabhāva) che i sensi percepiscono erroneamente a causa dell’ignoranza. L’ignoranza considera ogni fenomeno come dotato di una propria caratteristica distintiva (svalakṣaṇa).
Nell’epistemologia buddhista, lakṣaṇa indica anche il segno particolare (svalakṣaṇa) e il segno generale o condiviso (sāmānyalakṣaṇa) di un oggetto: il primo è conosciuto solo tramite conoscenza non concettuale, mentre il secondo è l’oggetto che appare quando si pensa concettualmente a qualcosa. Vedi anche nimitta.
"The Princeton Dictionary of Buddhism"
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