«Vi sono, monaci, forme conoscibili tramite l’occhio — gradevoli, piacevoli, deliziose, care, allettanti, legate al desiderio sensuale. Se un monaco le gusta, le accoglie con favore e vi resta avvinto, si dice che è un monaco incatenato alle forme conoscibili tramite l’occhio. Egli è passato dalla parte di Māra; è caduto in potere di Māra. Il Maligno può fare di lui ciò che vuole.
Dal Dizionario
śabda
Pronunce
In sanscrito, “suono”, o “oggetto uditivo”; l’oggetto della coscienza uditiva e uno dei cinque oggetti dei sensi, gli altri essendo le forme visibili (rūpa), gli odori (gandha), i sapori (rasa), e gli oggetti tangibili (sparśa). I suoni sono l’oggetto dell’organo sensoriale uditivo (śrotrendriya) e portano alla produzione della coscienza uditiva (śrotravijñāna).
Nell’Abhidharmakośabhāṣya, i suoni sono categorizzati secondo la loro origine, distinguendosi tra suoni causati da elementi congiunti con la coscienza (upāttamahābhūtahetuka) e suoni causati da elementi non congiunti con la coscienza (anupāttamahābhūtahetuka). I primi includerebbero il suono prodotto dal battito delle mani o dalla vocalizzazione di un essere umano o animale; i secondi includerebbero i suoni del mondo naturale, come il suono del vento o dell’acqua. Ciascuno di questi due tipi è ulteriormente suddiviso in articolato (sattvākhya, lett. “espressione di un essere senziente”) e inarticolato (asattvākhya, lett. “non espressione di un essere senziente”), a seconda che il suono comunichi o meno un significato a un essere senziente. Ciascuno di questi è a sua volta diviso in due tipi, il piacevole (yaśa) e lo spiacevole (ayaśa), dando origine a otto tipi di suono complessivi. La natura del suono è un importante punto di controversia tra pensatori buddhisti e induisti in India: i buddhisti sostengono che il suono sia impermanente (anitya), contro i Mīmāṃsaka, secondo cui i Veda sono suoni eterni non creati da persone (apauruṣeya) e quindi permanenti.
"The Princeton Dictionary of Buddhism"