BODAISATTA SHISHOBO 菩提薩摩埵四摂法

I Quattro Elementi delle Relazioni Sociali di un Bodhisattva

Bodaisatta significa «bodhisattva», una persona che persegue la verità buddhista; shi significa «quattro»; e shōbō significa «elementi delle relazioni sociali» o «metodi per le relazioni sociali». I quattro sono: dāna, il dare liberamente; priya-vādita, le parole gentili; artha-caryā, le azioni benefiche; e samāna-arthatā, l’identità di scopo, ovvero la cooperazione. Il Buddhismo attribuisce grande valore alla nostra condotta concreta. Per questa ragione, il nostro comportamento nelle relazioni reciproche è una parte molto importante della vita buddhista. In questo capitolo il Maestro Dōgen predica che questi quattro modi di comportarsi sono l’essenza della vita buddhista. Egli spiega il significato autentico del Buddhismo nei termini delle relazioni sociali.

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Il primo è il dono. Il secondo sono le parole gentili. Il terzo sono le azioni benefiche. Il quarto è la cooperazione.1

«Il dono»2 significa non essere avidi. Non essere avidi significa non bramare. Non bramare significa, nel linguaggio comune, non cercare favori.3 Anche se governassimo i quattro continenti, se volessimo trasmettere l’insegnamento della retta via, dovremmo semplicemente non essere avidi. È come offrire gioielli gettati via a uno sconosciuto. Nell’offire fiori colti da un montagna lontana al Tathāgata o donando i tesori accumulati nelle vite passate a un essere vivente, sia che si tratti di Dharma o di oggetti materiali, in ogni caso siamo originariamente dotati del merito che accompagna l’atto del dono. Vi è un principio secondo il quale anche se le cose non sono nostre, ciò non ostacola il nostro donare. Senza disprezzare il fatto che l’oggetto sia banale, il suo merito è reale. Quando lasciamo la via alla via, raggiungiamo la via. Quando raggiungiamo la via, la via inevitabilmente continua ad essere lasciata alla via. Quando i beni vengono lasciati ai beni, i beni inevitabilmente si trasformano in doni. Diamo noi stessi a noi stessi, e diamo il mondo esterno al mondo esterno. Le influenze dirette e indirette di questo dare si estendono lontano nei cieli sopra di noi e attraverso il mondo umano, raggiungendo persino i saggi e i santi che hanno sperimentato tale effetto. Il motivo è che nel diventare donatore e ricevente, il soggetto e l’oggetto del dare sono connessi; è per questo che il Buddha dice: «Quando una persona che dona entra in un’assemblea, gli altri la ammirano fin dall’inizio. Ricordate, la mente di tale persona è tacitamente compresa.»4 Quindi dovremmo donare anche una sola parola o un solo verso di Dharma, e diventeranno un buon seme in questa vita e nelle altre vite. Dovremmo donare anche un solo centesimo o un solo filo d’erba come elemosina, e faranno germogliare una buona radice in questa era e nelle altre ere.5 Il Dharma può essere un tesoro, e i beni materiali possono essere dharma — può dipendere dalle aspettative delle persone. In verità, il dono di una barba può curare il cuore di una persona,6 e offrire della sabbia può far guadagnare un trono.7 Senza desiderare alcuna ricompensa, tali persone condividono semplicemente le loro capacità. Fornire una barca o costruire un ponte sono atti di dāna-pāramitā in qualità di doni.8 Quando impariamo bene il dare, tanto il ricevere il corpo quanto donare il corpo sono atti di dono. Guadagnarsi da vivere e svolgere un lavoro produttivo non sono in origine altro che atti di dono. Lasciare i fiori al vento, e lasciare gli uccelli al tempo,9 possono anch’essi essere atti meritori di dono. Il grande Re Ashoka offrì mezzo mango10 a diverse centinaia di monaci; il principio che dimostra che si trattava di un’offerta ingente dovrebbe essere attentamente studiato anche dai destinatari11. Non solo dovremmo impiegare la nostra forza fisica, ma non dovremmo nemmeno perdere le opportunità. In verità, è perché siamo stati originariamente dotati del merito di dare che abbiamo abbiamo ricevuto noi stessi così come siamo ora. Il Buddha dice: «Possono persino goderne loro stessi, quanto più possono donarlo al padre o alla madre, alla moglie o al figlio» Sappiamo quindi che usarlo personalmente fa parte del donare; offrirlo a padre o madre, moglie o figlio è un atto di dono. Quando riusciamo a cedere anche solo un granello di polvere nell’atto del dono, dovremmo gioirne silenzionamente sebbene l’abbiamo fatto noi stessi, perché avremo già ricevuto la trasmissione autentica di una delle virtù dei buddha, e perché per la prima volta staremo praticando uno dei mezzi di un bodhisattva. Difficile è cambiare la mente degli esseri viventi.12 Iniziando con un dono cominciamo a cambiare lo stato mentale degli esseri viventi, dopo di che ci impegniamo a cambiarli finché non giungono alla via. All’inizio dovremmo sempre fare uso dell’atto del dono. Ecco perché la prima delle sei pāramitā è la dāna-pāramitā.13 La grandezza o la piccolezza della mente è al di là di ogni misurazione, e la grandezza o la piccolezza delle cose è anch’essa al di là di ogni misurazione, ma vi sono momenti in cui la mente trasforma le cose, e vi è un atto di dono in cui le cose trasformano la mente.

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«Le parole gentili»14 significano, quando si incontrano degli esseri viventi, provare prima di tutto compassione per loro e offrire parole di premura amorevole. In senso lato, significa non usare parole rozze o cattive. Nelle mondo laico abbiamo l’etichetta di chiedere agli altri come stanno. Nella via del Buddha vi sono le parole «Prenditi cura di te!»15 e vi è il saluto del discepolo «Come stai?»16 Parlare con un sentimento di compassione per gli esseri viventi come se fossero i tuoi bambini17 è parola gentile. Dovremmo lodare coloro che hanno virtù e dovremmo avere pietà di coloro che ne sono privi. Attraverso l’amore per le parole gentili, le parole gentili vengono gradualmente coltivate. Così, la parola gentile, che normalmente non viene né riconosciuta né sperimentata, si manifesta davanti a noi. Finché esiste la nostra vita attuale, dovremmo essere inclini a usare parole gentili; di epoca in epoca e di vita in vita, non dovremmo mai allontanarci da esse. Le parole gentili sono fondamentali per sconfiggere i nemici e creare armonia tra i virtuosi. Ascoltare direttamente parole gentili rivolte a noi rende il volto felice e la mente gioiosa. Ascoltarle indirettamente le incide nel cuore18 e nell’anima. Dovremmo sapere che le parole gentili nascono da un cuore gentile19, e un cuore gentile rappresenta il seme di un cuore compassionevole. Dovremmo riflettere sul fatto che le parole gentili hanno il potere di sconvolgere i cieli; non si tratta semplicemente di capacità di lode.

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«Azioni benefiche»20 significa usare mezzi abili21 per giovare agli esseri viventi,
sia quelli di alto che di basso rango; per esempio, guardando al futuro prossimo e lontano, impiegando azioni opportune22 per il beneficio degli altri. Le persone hanno avuto pietà di tartarughe in difficoltà e si sono prese cura di passeri malati.23 Quando videro la tartaruga in difficoltà e il passero malato, non cercarono alcuna ricompensa dalla tartaruga e dal passero; erano motivate unicamente dalla condotta utile stessa. Le persone stolte pensano che se mettiamo il beneficio degli altri al primo posto, il nostro beneficio verrà eliminato. Non è così. Le azioni benefiche sono un solo Dharma, ampiamente di beneficio a sé stessi e gli altri. L’uomo del passato che annodava i capelli tre volte nel corso di un bagno, e che sputava il cibo tre volte nel corso di un pasto,24 aveva unicamente in mente di aiutare gli altri. Non vi era mai il dubbio che potesse non insegnargli semplicemente perché erano persone di una terra straniera. Pertanto, dovremmo giovare allo stesso modo ad amici e nemici, e dovremmo giovare a noi stessi e a gli altri in egual misura. Se realizziamo questo stato mentale, il principio secondo cui le azioni benefiche per natura non regrediscono sarà praticato in modo benefico anche dalle erbe, dagli alberi, dai venti e dalle acque. Ci sforziamo con tutto il cuore di salvare gli stolti.

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«La cooperazione»25 significa “non essere diverso”.26 È non essere diversi da sé stessi e non essere diversi dagli altri. Per esempio, il Tathāgata umano si identificò27 con l’umanità. Giudicando da questa identificazione con il mondo umano possiamo supporre che egli potrebbe identificarsi anche con altri regni. Quando comprendiamo la cooperazione, sé e gli altri sono una cosa sola. Il rinomato “liuto, poesia e sake”28 fanno amicizia con le persone, fanno amicizia con gli dèi celesti, e fanno amicizia con gli spiriti terrestri. [Allo stesso tempo,] vi è un principio per cui le persone fanno amicizia con il liuto, la poesia e il sake e il liuto, le poesia e il sake fanno amicizia con il liuto, la poesia e il sake; le persone fanno amicizia con le persone; gli dèi celesti fanno amicizia con gli dèi celesti; e gli spiriti terrestri fanno amicizia con gli spiriti terrestri. Questo è l’apprendimento della cooperazione. «Cosa»29 ad esempio, significa condotta, significa comportamento, significa atteggiamento. Esiste un principio per cui, dopo aver lasciato che gli altri si identifichino con noi, ci lasciamo poi identificare con gli altri. [Le relazioni tra] sé e gli altri sono, a seconda dell’occasione, senza limite. Nel Kanshi30 si dice: «Il mare non rifiuta l’acqua; per questo è in grado di realizzare la sua grandezza. Le montagne non rifiutano la terra; per questo sono in grado di realizzare la loro altezza. I governanti illuminati non odiano il popolo; per questo sono in grado di realizzare un gran seguito.» Ricordate, il mare che non rifiuta l’acqua è cooperazione. Ricordate anche che l’acqua ha la virtù di non rifiutare il mare. Per questa ragione è possibile che l’acqua si riunisca per formare il mare e che la terra si accumuli per formare le montagne. Possiamo pensare che poiché il mare non rifiuta il mare realizza il mare e realizza la grandezza, e poiché le montagne non rifiutano le montagne realizzano le montagne e realizzano l’altezza. Poiché i governanti illuminati non odiano il popolo realizzano un gran seguito. «Un gran seguito» significa una nazione. «Un governante illuminato» può significare un imperatore. Gli imperatori non odiano il popolo. Non odiano il popolo, ma questo non significa che non vi siano ricompensa e punizione. Anche se vi sono ricompensa e punizione, non vi è odio per il popolo. Nell’antichità, quando le persone erano semplici, le nazioni erano senza ricompensa e punizione — almeno nella misura in cui la ricompensa e la punizione di quei tempi erano diverse da quelle di oggi. Anche oggi possono esserci persone che cercano la via senza aspettarsi alcuna ricompensa, ma questo è al di là del pensiero degli uomini stolti. Poiché i governanti illuminati sono illuminati, non odiano il popolo. Sebbene il popolo abbia sempre la volontà di formare una nazione e di trovare un governante illuminato, pochi comprendono completamente la via di un governante illuminato che è un governante illuminato. Pertanto, si accontentano semplicemente di non essere odiati dal governante illuminato, senza mai riconoscere che loro stessi non odiano il governante illuminato. Così la via della cooperazione esiste sia per i governanti illuminati che per le persone ignoranti, ed è per questo che la cooperazione è la condotta e il voto di un bodhisattva. Dovremmo affrontare tutte le cose soltanto con volti sereni.

Poiché ciascuno di questi quattro elementi di sociabilità è dotato di quattro elementi di sociabilità, possono essere sedici elementi di sociabilità.

Shōbōgenzō
Bodaisatta-shishōbō

Scritto il 5° giorno del 5° mese lunare31 nel 4° anno di Ninji32 da un monaco che andò nella Cina della dinastia Song e ricevette la trasmissione del Dharma, lo śramaṇa Dōgen.

Note


1 shi-shōbō (SHI-SHŌBŌ), i quattro metodi per le relazioni sociali, ovvero i quattro elementi della sociabilità (dal sanscrito catuḥsaṃgrahavastu), sono elencati e spiegati nel cap. 66 del Daichido-ron. Sono menzionati anche nel capitolo Devadatta del Sutra del Loto (LS 2.208), e nell’11° capitolo nell’edizione in 12 capitoli dello Shōbōgenzō, Ippyakuhachi-homyōmon.


2 布施 (FUSE), dal sanscrito dāna.


3 Il Maestro Dōgen spiega prima i caratteri cinesi 布施 (FUSE), «dare liberamente», con i caratteri cinesi 不貪 (FUDON), «non essere avidi», che poi spiega usando una parola giapponese scritta in kana, むさぼる (musaboru), «bramare». Infine approfondisce la sua spiegazione usando un’altra parola colloquiale giapponese へつらう (hetsurau), che significa adulare, lisciare il pelo, eccetera.


4 Parafrasi del Maestro Dōgen in giapponese dal cap. 24 dello Zō-itsu-agon-gyō, il quarto dei Sūtra Āgama.


5 Tradizionalmente il dāna viene suddiviso in āmiṣa-dāna, 財施 (ZAISE), «dono di beni materiali» (da parte dei laici buddhisti ai monaci) e dharma-dāna, 法施 (HŌSE), «dono del dharma» (da parte dei monaci ai laici buddhisti). Il Maestro Dōgen allude a questa distinzione in queste due frasi. A volte viene aggiunta una terza categoria di dāna, ovvero l’abhaya-dāna, 無畏施 (MUI-SE), «dono dell’assenza di paura». Si veda, per esempio, LS 3.252.


6 Allude alla storia secondo cui, quando un ufficiale alla corte dell’imperatore Tang Taiso (il quale regnò tra gli anni 627–649) si ammalò e aveva bisogno delle ceneri di una barba come medicina, Taiso si bruciò la propria barba e diede le ceneri all’ufficiale.


7 L’Aiku-ō-kyō (Sutra del Re Aśoka) racconta la storia di un bambino che stava giocando nella sabbia quando il Buddha passò per la questua. Il bambino mise un’offerta di sabbia nella ciotola del Buddha, e in virtù del suo dono divenne poi il Re Aśoka.


8 檀度 (DANDO). 檀 (DAN) rappresenta il suono del sanscrito dāna. 度 (DO), lett. «attraversato», rappresenta il significato del sanscrito pāramitā, che lett. significa «giunto all’altra riva».


9 Lasciare che i gufi ululino di notte, che i galli cantino al mattino, eccetera.


10 菴羅 (ANRA) rappresenta il suono del sanscrito āmra, che significa mango.


11 Allude a una storia nel cap. 5 dell’Aiku-ō-kyō. Si dice che il Re Aśoka sia diventato il sovrano di un vasto impero indiano 218 anni dopo la morte del Buddha, e che abbia regnato dal 269 al 232 a.C., convertendo molti popoli al Buddhismo. Fece incidere editti nelle lingue locali su rocce e colonne appositamente erette in tutto il suo impero. Il Re Aśoka sponsorizzò anche il Terzo Concilio tenuto a Patna nel 235 a.C., durante il quale gli abhidharma (commentari) furono aggiunti al già esistente Canone Theravāda comprendente vinaya (precetti) e sūtra (discorsi).


12 Cfr. «Ciò che è privo di costanza è la natura-di-buddha. Ciò che ha costanza è la mente che divide tutti i dharma in buoni e cattivi.» (Maestro Daikan Enō, citato nel cap. 24, Busshō.)


13 Le sei pāramitā sono: dāna-pāramitā (dare liberamente), śīla-pāramitā (osservanza dei precetti), kṣānti-pāramitā (tolleranza), vīrya-pāramitā (diligenza), dhyāna-pāramitā (lo stato di equilibrio dello Zazen), e prajñā-pāramitā (saggezza).


14 愛語 (AIGO), lett. «parole amorevoli», dal sanscrito priya-vādita.


15 珍重 (CHINCHŌ), lett. «abbi cura [di te] in modo prezioso». Questa espressione è usata, per esempio, nel cap. 30, Gyōji, par. [241], dal Maestro Fuyō Dōkai al termine del suo discorso e nel congedarsi.


16 不審のここのあり (FUSHIN no KOKO ari), lett. «vi è l’atto di pietà filiale del “non è del tutto chiaro”.» L’espressione 不審 (FUSHIN), «non tutto è del tutto chiaro», o «non so tutto nei dettagli», appare all’inizio della domanda di un discepolo a un maestro in molte delle storie dello Shōbōgenzō. Si veda, per esempio, il cap. 22, Busshō, par. [89]: «Mi chiedo…» Il Maestro Dōgen stesso usa l’espressione retoricamente nel cap. 21, Kankin, par. [188]. È una specie di formula di cortesia e, allo stesso tempo, un saluto cortese da studente a insegnante.


17 Citazione da un testo cinese; fonte non rintracciata.


18 肝 (KIMO) lett. significa «il fegato».


19 心 (SHIN, kokoro) significa non solo «mente» ma anche «cuore». In effetti il carattere cinese 心 è originariamente un pittogramma di un cuore. In questa traduzione dello Shōbōgenzō, 心 è stato quasi sempre tradotto come «mente», ma il significato inteso è il lato soggettivo dell’intero stato umano, non soltanto la coscienza intellettuale.


20 利行 (RIGYŌ), «condotta utile» o «condotta benefica», dal sanscrito artha-caryā, condotta utile.


21 善巧 (ZENGYŌ), lett. «buona abilità»; abbreviazione di 善巧方便 (ZENGYŌ-HŌBEN), «mezzi abili», o «espedienti abili» dal sanscrito upāya-kauśalya.


22 方便 (HŌBEN), si veda la nota 21.


23 Una cronaca cinese chiamata Shinjo (Storia dello Stato di Shin) racconta che un uomo di nome Kōyu salvò una tartaruga in difficoltà e come risultato di questa buona azione divenne poi governatore di un distretto nello stato. Un’altra cronaca chiamata Taigu-nikki racconta che un ragazzo di nove anni di nome Yōhō si prese cura di un uccello ferito, e come risultato di questa buona azione i suoi discendenti salirono alle tre posizioni più alte del governo cinese. Si veda anche il cap. 30, Gyōji, par. [207].


24 La storia cinese Shiki racconta che quando un re di nome Shukō nominò suo figlio Hakukin governatore di distretto, Shukō disse a suo figlio: «Se tre ospiti fossero venuti mentre facevo il bagno, avrei annodato i capelli tre volte per incontrarli, e se tre ospiti fossero venuti mentre mangiavo, avrei smesso di mangiare tre volte per incontrarli…»


25 同事 (DŌJI), lett. «identità di compito», dal sanscrito samāna-arthatā che lett. significa «identità di scopo», o «condivisione del medesimo fine» — o, per usare un’espressione più colloquiale, «essere sulla stessa barca». 同 (DŌ) significa «stesso» e 事 (JI) significa «cosa», «questione» o «compito».


26 不違 (FUI). 違 (I), «diverso», o «contrario», è opposto a 同 (DŌ), «lo stesso», in 同事 (DŌJI).


27 同ずる (DŌ zuru). Il carattere 同 (DŌ) è come in 同事 (DŌJI).


28 Il testo taoista Gosha-inzui afferma che il biwa (un tipo di liuto), la poesia e il sake sono i tre amici [di un eremita]. Il Maestro Dōgen riprende questa frase e la usa per esprimere i principi dell’accordo reciproco tra soggetto e oggetto e dell’identità di soggetto e oggetto.


29 «Cosa» è il carattere 事 (JI) di 同事 (DŌJI). La vera cooperazione non è astratta ma è sempre legata a un compito concreto.


30 管子 (KANSHI, cinese: Guanzi) è il nome di un testo taoista cinese in 24 volumi attribuito a Kanchu (cin.: Guan-tzu). Gli studiosi sospettano che vi siano stati in realtà diversi autori.


31 端午日 (TANGO no HI). Il 5° giorno del 5° mese lunare era un giorno di celebrazione, indicato come 端午の日(TANGO no HI). In Giappone oggi il termine tango no hi è ancora talvolta usato per il giorno festivo nazionale del 5 maggio (Giornata dei Bambini).


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