Dal Dizionario
gati
Pronunce
In sanscrito e pāli, “destino”, “destinazione” o “meta”, uno dei cinque o sei luoghi del saṃsāra in cui avviene la rinascita. In ordine ascendente, queste mete sono occupate dai dannati infernali (nāraka), dagli spiriti affamati (preta), dagli animali (tiryak), dagli esseri umani (manuṣya) e dalle divinità (deva); talvolta, tra gli esseri umani e le divinità, si aggiungono i semidei (asura) come sesta meta. Tutti questi destini si collocano all’interno dei tre regni dell’esistenza (triloka[dhātu]), che comprendono l’intero universo.
Alla base del regno del desiderio (kāmadhātu) si trovano gli abitanti degli otto inferni caldi e freddi (nāraka), il più basso dei quali è l’inferno ininterrotto (cfr. avīci). Si dice che si trovino al di sotto del continente di Jambudvīpa. A questa esistenza, la più infausta, seguono gli spiriti affamati, gli animali, gli esseri umani, i semidei e le sei divinità del regno del desiderio, che vivono sul Monte Sumeru o nei cieli immediatamente sopra di esso. I livelli più elevati delle divinità occupano i due regni superiori dell’esistenza. Le divinità del brahmaloka, la cui mente è perennemente assorta in uno dei quattro assorbimenti meditativi (dhyāna), occupano diciassette livelli nel regno della materialità sottile (rūpadhātu). Le divinità così eteree da non necessitare nemmeno di un fondamento materiale sottile occupano quattro cieli nel regno immateriale (ārūpyadhātu). Le divinità del regno immateriale sono perennemente assorte in stati di trance informe, e la rinascita in tale regno è il risultato della padronanza di uno o di tutti i dhyāna immateriali (ārūpyāvacaradhyāna). Le tre mete inferiori — dei dannati infernali, degli spiriti affamati e degli animali — sono definite le tre mete infauste (durgati); si tratta di destini in cui prevale la sofferenza, a causa del compimento in passato di azioni prevalentemente non virtuose. Nei vari livelli delle divinità, prevale invece la felicità, a causa del compimento in passato di azioni prevalentemente virtuose. Al contrario, si ritiene che il destino umano sia particolarmente adatto all’addestramento religioso, poiché è l’unica meta in cui sofferenza e felicità possono essere entrambe sperimentate nel giusto equilibrio (senza essere inebriati dal piacere né tormentati dal dolore), permettendo di riconoscere più facilmente il vero carattere della vita come impermanente (anitya), sofferenza (duḥkha) e priva di sé (anātman). Alcune scuole postulano uno stato transitorio, uno “stato intermedio” (antarābhava) dell’essere tra una vita passata e una futura all’interno di questi destini. Cfr. anche daśadhātu.
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