Dal Dizionario
avataṃsakasūtra
Pronunce
Avataṃsakasūtra significa in sanscrito “Sūtra della Ghirlanda”. È noto anche come buddhāvataṃsakasūtra (“Sūtra della ghirlanda dei Buddha”) ed è la ricostruzione sanscrita del titolo della traduzione cinese Dafangguang fo huayan jing, comunemente abbreviata come huayan jing (“Sūtra della ghirlanda di fiori”). Il testo è uno dei più influenti sūtra del buddhismo dell’Asia orientale ed è il testo fondativo della scuola huayan.
La prima grande edizione dell’Avataṃsakasūtra sarebbe stata portata da khotan e tradotta in cinese da buddhabhadra nel 421; questa versione comprendeva sessanta rotoli e trentaquattro capitoli. Una seconda recensione, più ampia, di ottanta rotoli e trentanove capitoli, fu tradotta da śikṣānanda nel 699 ed è talvolta chiamata nella tradizione Huayan la “nuova traduzione” dell’Avataṃsakasūtra. Esiste anche una traduzione tibetana simile alla recensione in ottanta rotoli.
L’Avataṃsakasūtra è tradizionalmente classificato come vaipulyasūtra. Si tratta di un’opera enciclopedica che riunisce testi eterogenei, come il gaṇḍavyūha e il daśabhūmikasūtra, che circolarono inizialmente come opere indipendenti prima di essere raccolte in questo sūtra. Non è stata rinvenuta alcuna recensione sanscrita completa dell’Avataṃsakasūtra; persino il titolo sanscrito è una ricostruzione basata sul cinese, e ricerche recenti suggeriscono che il titolo originario potesse essere buddhāvataṃsakasūtra.
Poiché il testo fu introdotto in Cina da regioni dell’Asia centrale e in assenza di prove di una recensione sanscrita completa, alcuni studiosi ritengono che il sūtra possa essere di origine centroasiatica, o quantomeno profondamente rielaborato in quell’area. Esiste inoltre una recensione cinese in quaranta rotoli, tradotta da prajñā nel 798, che corrisponde in larga misura al gaṇḍavyūha, noto in cinese come capitolo dell’”Entrata nel dharmadhātu“.
La tradizione cinese ritenne che l’Avataṃsakasūtra fosse il primo sermone del Buddha (si veda huayan zhao), pronunciato due settimane dopo il risveglio, sotto l’albero del bodhi, mentre il Buddha era immerso nel sāgaramudrāsamādhi. Il sūtra è quindi considerato una descrizione completa e definitiva dell’esperienza del risveglio vista dall’interno di questo stato profondo di samādhi.
Dal punto di vista contenutistico, il testo offre descrizioni esuberanti di innumerevoli sistemi di mondi abitati da Buddha e bodhisattva, con immagini elaborate incentrate su luce radiante e spazio sconfinato. È celebre per la metafora della rete di Indra, che illustra i molteplici livelli di interazione tra tutti i fenomeni. Il sūtra pone al centro il Buddha della Luce Pervasiva, vairocana, che incarna il dharmakāya.
L’Avataṃsakasūtra sottolinea che la conoscenza e l’illuminazione dei Buddha sono presenti in tutti gli esseri senzienti (si vedano tathāgatagarbha e buddhadhātu), così come l’intero universo è contenuto in una singola particella di polvere. Questa visione di interpenetrazione (yuanrong) è strettamente legata a una interpretazione della dipendenza originata (pratītyasamutpāda) che enfatizza l’unità del cosmo e la sua vacuità (śūnyatā).
Il testo è stato inoltre letto come fondamento del complesso sentiero mahāyāna in cinquantadue stadi (mārga) verso la buddhità, che include le dieci fedi, le dieci dimore, le dieci pratiche, le dieci dediche e i dieci stadi (daśabhūmi), oltre alle due fasi finali del risveglio. Questo percorso è illustrato attraverso il pellegrinaggio del giovane sudhana, narrato dettagliatamente nel vasto capitolo finale, il gaṇḍavyūha.
Passaggi come quello del capitolo “Brahmacarya”, secondo cui al momento dell’iniziale sorgere dell’aspirazione al risveglio (bodhicittotpāda) l’illuminazione perfetta e completa (anuttarasamyaksaṃbodhi) è già realizzata, ebbero grande influenza sulla dottrina dell’illuminazione improvvisa (dunwu) in Asia orientale.
Gli esegeti cinesi collocarono l’Avataṃsakasūtra al vertice delle loro classificazioni dottrinali (si veda jiaoxiang panshi), designandolo come l’insegnamento “perfetto” o “consummato” (yuanjiao). Numerosi commentari sono giunti fino a noi, tra cui quelli di fazang, zhiyan, chengguan, li tongxuan, guifeng zongmi, wŏnhyo, ŭisang e myōe kōben.
"The Princeton Dictionary of Buddhism"
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