Ho udito che in un’occasione il Beato dimorava presso Sāvatthī, nel Bosco di Jeta, nel monastero di Anāthapiṇḍika. E in quell’occasione il Beato stava istruendo, esortando, incitando e incoraggiando i monaci con un discorso sul Dhamma riguardante il dissolvimento. I monaci — ricettivi, attenti, concentrando l’intera consapevolezza, tendendo l’orecchio — ascoltavano il Dhamma.
Allora, comprendendo il significato di ciò, il Beato in quell’occasione pronunciò questo canto ispirato:
Vi è, monaci, quella dimensione dove non vi è né terra, né acqua, né fuoco, né vento; né la dimensione dell’infinità dello spazio, né la dimensione dell’infinità della coscienza, né la dimensione del nulla, né la dimensione né-percezione-né-non-percezione; né questo mondo, né l’altro mondo, né sole, né luna. E là, io dico, non vi è né venire, né andare, né permanere; né trapassare né sorgere: non stabilita,1 non evolvente, priva di supporto2 [oggetto mentale].3 Questa, proprio questa, è la fine della sofferenza.
Note
1 Sulla coscienza non sabilita, vedi Con Vakkali – Vakkali Sutta (SN 22:87) ↩
3 Vedi Legato – Upaya (SN 22:53) ↩