Dal Dizionario
rūpadhātu
Pronunce
In sanscrito e pāli, “regno della materialità sottile” o “regno della forma”, che insieme al regno sensuale, o del desiderio (kāmadhātu), e al regno immateriale, o senza forma (ārūpyadhātu), costituisce i tre regni (traidhātuka) del saṃsāra; il termine è sinonimo di rūpāvacara.
Il regno della materialità sottile si trova sopra i cieli del regno sensuale, situati sul e sopra il Monte Sumeru. Questo regno è diviso in quattro cieli meditativi associati alle quattro concentrazioni meditative del regno della materialità sottile (rūpāvacaradhyāna). Questi cieli meditativi sono luoghi di rinascita nel saṃsāra e sono accessibili solo attraverso la padronanza di una specifica rūpāvacaradhyāna; gli esseri che vi rinascono sono classificati come divinità brahmā. La rinascita in questi cieli meditativi è il risultato di un particolare tipo di azione virtuosa, chiamata “azione immutabile” (S. aniñjyakarman), in cui l’azione ha l’effetto definito e specifico di provocare la rinascita nei cieli della materialità sottile o immateriali. L’azione immutabile che condurrebbe alla rinascita, per esempio, nella seconda concentrazione del regno della materialità sottile, è il raggiungimento di quello specifico stato di dhyāna come essere umano nella vita immediatamente precedente. Questo regno è chiamato “regno della materialità sottile” perché gli esseri che lo abitano sono liberi dai desideri del regno sensuale ma conservano almeno una parvenza di fisicità, per quanto estremamente sottile, e mantengono un attaccamento residuo alla forma (rūpa). Nel regno della materialità sottile permangono solo tre dei cinque oggetti sensoriali: gli oggetti visivi, quelli uditivi e quelli tattili; di conseguenza, le divinità che vi abitano possiedono solo tre organi di senso fisici, quelli della vista, dell’udito e del tatto. Ciascuna delle quattro concentrazioni del regno della materialità sottile possiede propri sottolivelli, con tre livelli nel primo cielo, tre nel secondo, tre nel terzo e otto nel quarto, per un totale di diciassette. In ogni livello ascendente, il cielo si trova più in alto rispetto al Monte Sumeru, la statura dei suoi abitanti aumenta e la loro durata di vita si allunga. Sebbene le caratteristiche dei vari cieli all’interno del regno della materialità sottile siano descritte con un certo dettaglio, nella letteratura buddhista l’enfasi maggiore è posta sugli stati di assorbimento meditativo che caratterizzano ciascuno di essi, su come vengano raggiunti e su come si differenzino l’uno dall’altro, con particolare attenzione al più elevato dei quattro, il quarto dhyāna del regno della materialità sottile. I primi tre assorbimenti sono caratterizzati da una sensazione di rapimento fisico (prīti) e di agio o beatitudine mentale (sukha), mentre il quarto e più sottile di questi dhyāna è caratterizzato dall’unificazione della mente in un solo punto (cittaikāgratā) e dall’equanimità (upekṣā). È pertanto considerato uno stato ideale dal quale raggiungere il nirvāṇa: per esempio, quando il Buddha entrò nel parinirvāṇa, la sua mente attraversò ciascuno dei quattro assorbimenti della materialità sottile e immateriali prima di accedere al nirvāṇa direttamente dal quarto assorbimento. Il quarto assorbimento ricevette inoltre particolare attenzione come luogo di rinascita. Mentre le prime tre concentrazioni hanno ciascuna solo tre divisioni, la quarta concentrazione ne ha otto, con le cinque aggiuntive riservate a quegli esseri che diventano ārya, ossia esseri nobili, attraverso l’intuizione diretta della natura della realtà. Nella quadruplice divisione delle persone nobili (āryapudgala; cioè colui che entra nella corrente, colui che ritorna una volta, colui che non ritorna e l’arhat), colui che non ritorna (anāgāmin) è definito come quella persona nobile che non rinascerà mai più nel regno sensuale. Una tale persona può tuttavia rinascere nel regno della materialità sottile, e i cinque cieli superiori del quarto assorbimento costituiscono un luogo di rinascita speciale chiamato le dimore pure (śuddhāvāsa), riservato esclusivamente a tali esseri. Vedi anche deva.
"The Princeton Dictionary of Buddhism"
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