Ho udito che in una certa occasione il Beato soggiornava nei pressi di Sāvatthī, nel Monastero Orientale, il palazzo della madre di Migāra, insieme a molti anziani discepoli ben noti — il venerabile Sāriputta, il venerabile Mahā Moggallāna, il venerabile Mahā Kassapa, il venerabile Mahā Kaccāna, il venerabile Mahā Koṭṭhita, il venerabile Mahā Kappina, il […]
Dal Dizionario
upekṣā
Pronunce
upekṣā, in sanscrito “equanimità”, è un termine che presenta almeno quattro accezioni principali.
(1) Indica una sensazione di neutralità che non è né piacevole né dolorosa.
(2) Designa uno degli undici concomitanti mentali virtuosi (kuśala–caitta), riferendosi a uno stato di equilibrio della mente non perturbato da sensualità, avversione o ignoranza.
(3) Indica uno stato di bilanciamento mentale che sorge nel corso dello sviluppo della concentrazione, libero sia da torpore sia da agitazione.
(4) È uno dei quattro “dimorare divini” (brahmavihāra), insieme alla benevolenza (maitrī), alla compassione (karuṇā) e alla gioia partecipe (muditā). In questo contesto, upekṣā indica un atteggiamento di equanimità verso tutti gli esseri, considerati senza attaccamento né avversione, come né intimi né estranei; in alcune descrizioni dei quattro dimorare divini, si aggiunge anche l’augurio che tutti gli esseri possano raggiungere tale equanimità.
Nel Visuddhimagga, l’equanimità è elencata come uno degli oggetti di meditazione per la coltivazione della meditazione di tranquillità (samatha-bhāvanā). Tra i quattro dimorare divini, l’equanimità è in grado di produrre tutti e quattro i livelli di assorbimento meditativo (jhāna; S. dhyāna), mentre gli altri tre conducono solo ai primi tre livelli.
"The Princeton Dictionary of Buddhism"