Un essere

Satta Sutta (SN 23:2)

A Sāvatthī.

Seduto da una parte, il venerabile Rādha disse al Beato:

«“Un essere, un essere”, venerabile, si dice. In che misura, venerabile, si dice “essere”?»

«Qualunque desiderio, passione, diletto o brama per la forma, Rādha: lì uno è impigliato (satta), lì è legato (visatta), e perciò lo si dice “essere” (satta).1

«Qualunque desiderio, passione, diletto o brama per la sensazione … per la percezione … per le formazioni mentali …

«Qualunque desiderio, passione, diletto o brama per la coscienza, Rādha: lì uno è impigliato, lì è legato, e perciò lo si dice “essere”.

«Come quando dei bambini o delle bambine giocano con dei castelli di sabbia:2 finché non sono liberi da passione, desiderio, affetto, sete, febbre e brama per quei castelli di sabbia, vi si attaccano, vi giocano,3 li custodiscono come un tesoro, li sentono come propri. Ma quando si liberano da passione, desiderio, affetto, sete, febbre e brama per quei castelli di sabbia, allora li disperdono, li abbattono, li distruggono con le mani e con i piedi, e li rendono inadatti al gioco.

«Allo stesso modo, Rādha, anche voi disperdete, abbattete e distruggete la forma,4 rendetela inadatta al gioco. Praticate per la fine della brama.

«Disperdete, abbattete e distruggete la sensazione, rendetela inadatta al gioco. Praticate per la fine della brama.

«Disperdete, abbattete e distruggete la percezione, rendetela inadatta al gioco. Praticate per la fine della brama.

«Disperdete, abbattete e distruggete le formazioni mentali, rendetele inadatte al gioco. Praticate per la fine della brama.

«Disperdete, abbattete e distruggete la coscienza, rendetela inadatta al gioco. Praticate per la fine della brama, perché la fine della brama, Rādha, è il nibbāna.»

Note


1 Qui il Buddha gioca sul termine satta, che può derivare da sajjati («attaccarsi») oppure dalla radice √as («essere»). Essere è attaccarsi. ↩


2 Paṁsvāgārakā, letteralmente: «case di terra». ↩


3 Il raro verbo keḷāyanti («giocano, si trastullano») deriva dalla radice √kīḷ («giocare»). ↩


4 Numerosi discorsi (tra cui SN 35:191 e AN 6:63) chiariscono che la mente non è vincolata da cose come i cinque aggregati o gli oggetti dei sei sensi, bensì dall’atto della passione e del diletto per essi. Vi sono due modi per cercare di recidere questo vincolo. Il primo consiste nel concentrarsi sugli svantaggi della passione e del diletto in sé, vedendo con chiarezza lo stress e la sofferenza che generano nella mente. Il secondo consiste nell’analizzare gli oggetti della passione e del diletto in modo tale che non sembrino più degni di interesse. Quest’ultimo approccio è quello raccomandato in questo discorso: quando il Buddha parla di «disperdere, abbattere e distruggere la forma (ecc.) rendendola inadatta al gioco», si riferisce alla pratica di analizzare minutamente la forma nelle sue parti componenti, finché non appare più un oggetto adatto alla passione e al diletto. Quando tutti e cinque gli aggregati possono essere trattati in questo modo, alla mente non rimane alcun oggetto condizionato che possa fungere da punto focale per la sua passione, ed essa è così liberata — almeno — fino allo stadio del risveglio chiamato non-ritorno. ↩