In un’occasione il Beato dimorava a Vesālī, nella Grande Foresta, nella Sala dal Tetto a Pinnacolo. In quel tempo il venerabile Anurādha dimorava non lontano dal Beato, in una capanna nella foresta. Allora molti asceti erranti di altre sette si recarono dal venerabile Anurādha; giunti da lui, scambiarono saluti cordiali con il venerabile Anurādha. Dopo aver scambiato parole di saluto cordiali e memorabili, si sedettero da un lato. Seduti da un lato, quegli asceti erranti dissero al venerabile Anurādha:
«Amico Anurādha, quel Tathāgata, la persona eccelsa, la persona suprema, che ha raggiunto il conseguimento supremo: il Tathāgata, descrivendolo, lo descrive in queste quattro posizioni: “Il Tathāgata esiste dopo la morte”, oppure “Il Tathāgata non esiste dopo la morte”, oppure “Il Tathāgata esiste e non esiste dopo la morte”, oppure “Il Tathāgata né esiste né non esiste dopo la morte”?»
Detto questo, il venerabile Anurādha disse a quegli asceti erranti:
«Amici, quel Tathāgata, la persona eccelsa, la persona suprema, che ha raggiunto il conseguimento supremo: il Tathāgata, descrivendolo, lo descrive al di fuori di queste quattro posizioni: “Il Tathāgata esiste dopo la morte”, oppure “Il Tathāgata non esiste dopo la morte”, oppure “Il Tathāgata esiste e non esiste dopo la morte”, oppure “Il Tathāgata né esiste né non esiste dopo la morte”». Detto questo, quegli asceti erranti dissero al venerabile Anurādha:
«Questo monaco dev’essere un nuovo arrivato, da poco entrato nella vita monastica; oppure un anziano stolto e inesperto».
Allora quegli asceti erranti, dopo aver apostrofato il venerabile Anurādha come un nuovo arrivato e come uno stolto, si alzarono dai loro seggi e se ne andarono.
Poco dopo che quegli asceti erranti se ne furono andati, al venerabile Anurādha venne da pensare:
«Se quegli asceti erranti mi facessero un’ulteriore domanda, come dovrei rispondere per esprimere ciò che il Beato ha detto, senza calunniare il Beato con ciò che non è vero, e per spiegare in modo conforme al Dharma, così che nessuna tesi né obiezione, conforme al Dharma, possa fornire un motivo di biasimo?»
Allora il venerabile Anurādha si recò dal Beato; giunto da lui, lo salutò rispettosamente e si sedette da un lato. Seduto da un lato, il venerabile Anurādha disse al Beato:
«Qui, Signore, io dimoro non lontano dal Beato, in una capanna nella foresta. Allora, Signore, molti asceti erranti di altre sette si recarono da me e scambiarono saluti cordiali con me. Dopo aver scambiato parole di saluto cordiali e memorabili, si sedettero da un lato. Seduti da un lato, mi dissero: “Amico Anurādha, quel Tathāgata, la persona eccelsa, la persona suprema, che ha raggiunto il conseguimento supremo: il Tathāgata, descrivendolo, lo descrive in queste quattro posizioni: ‘Il Tathāgata esiste dopo la morte’, oppure ‘Il Tathāgata non esiste dopo la morte’, oppure ‘Il Tathāgata esiste e non esiste dopo la morte’, oppure ‘Il Tathāgata né esiste né non esiste dopo la morte’?”
«Interrogato così, Signore, dissi a quegli asceti erranti: “Amici, quel Tathāgata, la persona eccelsa, la persona suprema, che ha raggiunto il conseguimento supremo: il Tathāgata, descrivendolo, lo descrive al di fuori di queste quattro posizioni: ‘Il Tathāgata esiste dopo la morte’, oppure ‘Il Tathāgata non esiste dopo la morte’, oppure ‘Il Tathāgata esiste e non esiste dopo la morte’, oppure ‘Il Tathāgata né esiste né non esiste dopo la morte’”. Detto questo, Signore, quegli asceti erranti mi dissero: “Questo monaco dev’essere un nuovo arrivato, da poco entrato nella vita monastica; oppure un anziano stolto e inesperto”. Allora, Signore, quegli asceti erranti, dopo avermi apostrofato come un nuovo arrivato e come uno stolto, si alzarono dai loro seggi e se ne andarono.
«A me, Signore, poco dopo che quegli asceti erranti se ne furono andati, venne da pensare: “Se quegli asceti erranti mi facessero un’ulteriore domanda, come dovrei rispondere per esprimere ciò che il Beato ha detto, senza calunniare il Beato con ciò che non è vero, e per spiegare in modo conforme al Dharma, così che nessuna tesi né obiezione, conforme al Dharma, possa fornire un motivo di biasimo?”».
«Che ne pensi, Anurādha: la forma è permanente o impermanente?»
«Impermanente, Signore».
«E ciò che è impermanente è sofferenza o felicità?»
«Sofferenza, Signore».
«E ciò che è impermanente, sofferenza, soggetto a mutamento, è adatto considerarlo così: “Questo è mio, questo io sono, questo è il mio sé”?»
«No, Signore».
«Che ne pensi, Anurādha: la sensazione è permanente o impermanente?»
«Impermanente, Signore».
«E ciò che è impermanente è sofferenza o felicità?»
«Sofferenza, Signore».
«E ciò che è impermanente, sofferenza, soggetto a mutamento, è adatto considerarlo così: “Questo è mio, questo io sono, questo è il mio sé”?»
«No, Signore».
«Che ne pensi, Anurādha: la percezione è permanente o impermanente?»
«Impermanente, Signore».
«E ciò che è impermanente è sofferenza o felicità?»
«Sofferenza, Signore».
«E ciò che è impermanente, sofferenza, soggetto a mutamento, è adatto considerarlo così: “Questo è mio, questo io sono, questo è il mio sé”?»
«No, Signore».
«Che ne pensi, Anurādha: le formazioni mentali sono permanenti o impermanenti?»
«Impermanenti, Signore».
«E ciò che è impermanente è sofferenza o felicità?»
«Sofferenza, Signore».
«E ciò che è impermanente, sofferenza, soggetto a mutamento, è adatto considerarlo così: “Questo è mio, questo io sono, questo è il mio sé”?»
«No, Signore».
«Che ne pensi, Anurādha: la coscienza è permanente o impermanente?»
«Impermanente, Signore».
«E ciò che è impermanente è sofferenza o felicità?»
«Sofferenza, Signore».
«E ciò che è impermanente, sofferenza, soggetto a mutamento, è adatto considerarlo così: “Questo è mio, questo io sono, questo è il mio sé”?»
«No, Signore».
«Perciò, Anurādha, qualunque forma, sia passata, futura o presente, interna o esterna, grossolana o sottile, inferiore o eccellente, lontana o vicina: ogni forma va vista con retta saggezza così com’è realmente: “Questo non è mio, questo io non sono, questo non è il mio sé”.
«Qualunque sensazione, sia passata, futura o presente, interna o esterna, grossolana o sottile, inferiore o eccellente, lontana o vicina: ogni sensazione va vista con retta saggezza così com’è realmente: “Questo non è mio, questo io non sono, questo non è il mio sé”.
«Qualunque percezione, sia passata, futura o presente, interna o esterna, grossolana o sottile, inferiore o eccellente, lontana o vicina: ogni percezione va vista con retta saggezza così com’è realmente: “Questo non è mio, questo io non sono, questo non è il mio sé”.
«Qualunque formazione mentale, sia passata, futura o presente, interna o esterna, grossolana o sottile, inferiore o eccellente, lontana o vicina: ogni formazione mentale va vista con retta saggezza così com’è realmente: “Questo non è mio, questo io non sono, questo non è il mio sé”.
«Qualunque coscienza, sia passata, futura o presente, interna o esterna, grossolana o sottile, inferiore o eccellente, lontana o vicina: ogni coscienza va vista con retta saggezza così com’è realmente: “Questo non è mio, questo io non sono, questo non è il mio sé”.
«Vedendo così, Anurādha, il nobile discepolo istruito si distacca dalla forma, si distacca dalla sensazione, si distacca dalla percezione, si distacca dalle formazioni mentali, si distacca dalla coscienza. Distaccandosi, si libera dalla passione; per il distacco dalla passione vi è la liberazione. Quando è liberato, sorge la conoscenza: “Sono liberato”. Egli comprende: “La nascita è esaurita, la vita santa è stata vissuta, ciò che doveva essere fatto è stato fatto, non vi è più nulla per questo stato di esistenza”».
«Che ne pensi, Anurādha: consideri la forma come il Tathāgata?»
«Certo che no, Signore».
«Consideri la sensazione come il Tathāgata?»
«Certo che no, Signore».
«Consideri la percezione come il Tathāgata?»
«Certo che no, Signore».
«Consideri le formazioni mentali come il Tathāgata?»
«Certo che no, Signore».
«Consideri la coscienza come il Tathāgata?»
«Certo che no, Signore».
«Che ne pensi, Anurādha: consideri il Tathāgata nella forma?»
«Certo che no, Signore».
«Consideri il Tathāgata al di fuori della forma?»
«Certo che no, Signore».
«Consideri il Tathāgata nella sensazione?»
«Certo che no, Signore».
«Consideri il Tathāgata al di fuori della sensazione?»
«Certo che no, Signore».
«Consideri il Tathāgata nella percezione?»
«Certo che no, Signore».
«Consideri il Tathāgata al di fuori della percezione?»
«Certo che no, Signore».
«Consideri il Tathāgata nelle formazioni mentali?»
«Certo che no, Signore».
«Consideri il Tathāgata al di fuori delle formazioni mentali?»
«Certo che no, Signore».
«Consideri il Tathāgata nella coscienza?»
«Certo che no, Signore».
«Consideri il Tathāgata al di fuori della coscienza?»
«Certo che no, Signore».
«Che ne pensi, Anurādha: consideri come il Tathāgata la forma, la sensazione, la percezione, le formazioni mentali e la coscienza, tutte insieme?»
«Certo che no, Signore».
«Che ne pensi, Anurādha: consideri il Tathāgata come ciò che è privo di forma, privo di sensazione, privo di percezione, privo di formazioni mentali, privo di coscienza?»
«Certo che no, Signore».
«Ora, Anurādha, poiché già in questa stessa vita il Tathāgata non è ritrovabile da te in verità e in modo saldo, è appropriata quella tua dichiarazione: “Amici, quel Tathāgata, la persona eccelsa, la persona suprema, che ha raggiunto il conseguimento supremo: il Tathāgata, descrivendolo, lo descrive al di fuori di queste quattro posizioni: ‘Il Tathāgata esiste dopo la morte’, oppure ‘Il Tathāgata non esiste dopo la morte’, oppure ‘Il Tathāgata esiste e non esiste dopo la morte’, oppure ‘Il Tathāgata né esiste né non esiste dopo la morte’”?»
«Certo che no, Signore».
«Bene, bene, Anurādha. Sia in passato sia ora, Anurādha, io descrivo la sofferenza e la cessazione della sofferenza».