La non-azione
«Una volta, venerabile, mi recai da Pūraṇa Kassapa; giunto, scambiai saluti con Pūraṇa Kassapa. Dopo aver scambiato parole cordiali e di cortesia, mi sedetti da una parte. Seduto da una parte, venerabile, dissi a Pūraṇa Kassapa: “Come questi diversi mestieri, caro Kassapa—cavalieri d’elefante, cavalieri, aurighi, arcieri, portastendardi, ufficiali di campo, addetti ai viveri, nobili principi guerrieri, combattenti d’assalto, grandi eroi, prodi, guerrieri in armatura di cuoio, figli di schiave, cuochi, barbieri, addetti al bagno, sovrintendenti di cucina, fioristi, lavandai, tessitori, cestai, vasai, contabili, calcolatori, o qualunque altro mestiere di questo genere—chi li esercita vive già in questa stessa vita di un frutto visibile del proprio mestiere; con esso rende felice e appagato sé stesso, rende felici e appagati i genitori, rende felici e appagati moglie e figli, rende felici e appagati amici e collaboratori, e stabilisce per gli asceti e i brahmani un’offerta di elevazione, che porta al cielo, di risultato felice, che conduce ai mondi celesti. È possibile, caro Kassapa, mostrare allo stesso modo, già in questa stessa vita, un frutto visibile della vita ascetica?”
«Detto questo, venerabile, Pūraṇa Kassapa mi rispose: “Grande re, per chi agisce e fa agire, per chi taglia e fa tagliare, per chi tormenta e fa tormentare, per chi affligge e fa affliggere, per chi opprime e fa opprimere, per chi scuote e fa scuotere, per chi fa uccidere esseri viventi, per chi prende ciò che non è dato, per chi scassina, per chi saccheggia, per chi svaligia una sola casa, per chi sta in agguato sulla strada, per chi va con la moglie altrui, per chi dice menzogne, nell’agire non si compie alcun male. Se uno, con una ruota dal bordo affilato come un rasoio, riducesse tutti gli esseri viventi di questa terra a un solo mucchio di carne, a un’unica massa di carne, da ciò non deriverebbe alcun male, non verrebbe alcun male. Se uno andasse sulla riva meridionale del Gange uccidendo e facendo uccidere, tagliando e facendo tagliare, tormentando e facendo tormentare, da ciò non deriverebbe alcun male, non verrebbe alcun male. Se uno andasse sulla riva settentrionale del Gange donando e facendo donare, sacrificando e facendo sacrificare, da ciò non deriverebbe alcun merito, non verrebbe alcun merito. Con la generosità, con l’autodisciplina, con il controllo di sé, con la veracità, non c’è merito, non viene merito.”
«Così, venerabile, Pūraṇa Kassapa, interrogato su un frutto visibile della vita ascetica, rispose con la non-azione. Come se, interrogato su un mango, rispondesse con una labuja, o, interrogato su una labuja, rispondesse con un mango; allo stesso modo, venerabile, Pūraṇa Kassapa, interrogato su un frutto visibile della vita ascetica, rispose con la non-azione. A me, venerabile, venne questo pensiero: “Come potrebbe uno come me pensare di biasimare un asceta o un brahmano che vive nel suo regno?” Io, venerabile, non approvai né contestai le parole di Pūraṇa Kassapa. Non approvando e non contestando, scontento, senza pronunciare parole di scontento, senza far mia quella sua parola e senza rigettarla, mi alzai dal seggio e me ne andai.
La purificazione attraverso il vagare
«Una volta, venerabile, mi recai da Makkhali Gosāla; giunto, scambiai saluti con Makkhali Gosāla. Dopo aver scambiato parole cordiali e di cortesia, mi sedetti da una parte. Seduto da una parte, venerabile, dissi a Makkhali Gosāla: “Come questi diversi mestieri, caro Gosāla … è possibile, caro Gosāla, mostrare allo stesso modo, già in questa stessa vita, un frutto visibile della vita ascetica?”
«Detto questo, venerabile, Makkhali Gosāla mi rispose: “Non c’è, grande re, causa né condizione per la contaminazione degli esseri; gli esseri si contaminano senza causa né condizione. Non c’è causa né condizione per la purificazione degli esseri; gli esseri si purificano senza causa né condizione. Non c’è azione propria, non c’è azione altrui, non c’è azione umana, non c’è forza, non c’è energia, non c’è vigore umano, non c’è slancio umano. Tutti gli esseri senzienti, tutti gli esseri viventi, tutti gli esseri nati, tutte le anime vitali sono privi di potere, privi di forza, privi di energia; plasmati dal destino, dall’incontro e dalla natura, sperimentano felicità e sofferenza nelle sei classi di nascita. Vi sono 1.406.600 matrici di nascita principali, e 500 tipi di azione, e 5 tipi di azione, e 3 tipi di azione, e azione e mezza azione; vi sono 62 sentieri, 62 sottoperiodi di eone, 6 classi di nascita, 8 stadi dell’uomo, 4.900 modi di vita, 4.900 asceti erranti, 4.900 dimore di nāga, 2.000 facoltà, 3.000 inferni, 36 regioni di polvere, 7 generi di concepiti dotati di percezione, 7 generi di concepiti privi di percezione, 7 generi di concepiti dei Nigaṇṭha, 7 deva, 7 umani, 7 spiriti, 7 laghi, 7 nodi, 700 nodi, 7 precipizi, 700 precipizi, 7 sogni, 700 sogni, 8.400.000 grandi eoni, durante i quali, vagando e trasmigrando, sia gli stolti sia i saggi porranno fine alla sofferenza. In ciò non è possibile dire: ‘Con questa virtù, con questo voto, con questa austerità o con questa vita santa farò maturare l’azione non ancora matura, oppure, sperimentando via via l’azione matura, ne porrò fine.’ Non è così. La felicità e la sofferenza sono misurate con lo staio2, il saṁsāra ha limiti fissati: non c’è diminuzione né aumento, non c’è eccesso né deficienza. Come una palla di filo, lanciata, corre svolgendosi; allo stesso modo, sia gli stolti sia i saggi, vagando e trasmigrando, porranno fine alla sofferenza.”
«Così, venerabile, Makkhali Gosāla, interrogato su un frutto visibile della vita ascetica, rispose con la purificazione tramite il saṁsāra. Come se, interrogato su un mango, rispondesse con una labuja, o, interrogato su una labuja, rispondesse con un mango; allo stesso modo, venerabile, Makkhali Gosāla, interrogato su un frutto visibile della vita ascetica, rispose con la purificazione tramite il saṁsāra. A me, venerabile, venne questo pensiero: “Come potrebbe uno come me pensare di biasimare un asceta o un brahmano che vive nel suo regno?” Io, venerabile, non approvai né contestai le parole di Makkhali Gosāla. Non approvando e non contestando, scontento, senza pronunciare parole di scontento, senza far mia quella sua parola e senza rigettarla, mi alzai dal seggio e me ne andai.
L’annientamento
«Una volta, venerabile, mi recai da Ajita Kesakambala; giunto, scambiai saluti con Ajita Kesakambala. Dopo aver scambiato parole cordiali e di cortesia, mi sedetti da una parte. Seduto da una parte, venerabile, dissi ad Ajita Kesakambala: “Come questi diversi mestieri, caro Ajita … è possibile, caro Ajita, mostrare allo stesso modo, già in questa stessa vita, un frutto visibile della vita ascetica?”
«Detto questo, venerabile, Ajita Kesakambala mi rispose: “Non c’è, grande re, offerta, non c’è sacrificio, non c’è oblazione; non c’è frutto né risultato delle azioni buone e cattive; non c’è questo mondo, non c’è altro mondo, non c’è madre, non c’è padre, non ci sono esseri a nascita spontanea; non ci sono nel mondo asceti e brahmani ben avviati, ben praticanti, che dichiarino, avendoli realizzati con conoscenza diretta, questo mondo e l’altro mondo. Quest’uomo è composto dei quattro grandi elementi; quando muore, la terra si dissolve nel corpo di terra, l’acqua nel corpo d’acqua, il fuoco nel corpo di fuoco, il vento nel corpo di vento, le facoltà passano nello spazio. Quattro uomini, con la bara come quinta, portano via il morto. Finché non si arriva al rogo, si notano le sue orme. Le ossa diventano colore di colomba, le offerte si riducono in cenere. Il dono è una dottrina da sciocchi. Vana e menzognera è la chiacchiera di coloro che sostengono la dottrina dell’esistenza. Stolti e saggi, con la dissoluzione del corpo, vengono annientati, distrutti, e dopo la morte non sono.”
«Così, venerabile, Ajita Kesakambala, interrogato su un frutto visibile della vita ascetica, rispose con l’annientamento. Come se, interrogato su un mango, rispondesse con una labuja, o, interrogato su una labuja, rispondesse con un mango; allo stesso modo, venerabile, Ajita Kesakambala, interrogato su un frutto visibile della vita ascetica, rispose con l’annientamento. A me, venerabile, venne questo pensiero: “Come potrebbe uno come me pensare di biasimare un asceta o un brahmano che vive nel suo regno?” Io, venerabile, non approvai né contestai le parole di Ajita Kesakambala. Non approvando e non contestando, scontento, senza pronunciare parole di scontento, senza far mia quella sua parola e senza rigettarla, mi alzai dal seggio e me ne andai.
La non-relazione
«Una volta, venerabile, mi recai da Pakudha Kaccāyana; giunto, scambiai saluti con Pakudha Kaccāyana. Dopo aver scambiato parole cordiali e di cortesia, mi sedetti da una parte. Seduto da una parte, venerabile, dissi a Pakudha Kaccāyana: “Come questi diversi mestieri, caro Kaccāyana … è possibile, caro Kaccāyana, mostrare allo stesso modo, già in questa stessa vita, un frutto visibile della vita ascetica?”
«Detto questo, venerabile, Pakudha Kaccāyana mi rispose: “Questi sette corpi, grande re, non sono fatti, non sono prodotti, non sono creati, non hanno creatore, sono sterili, stabili come una vetta, saldi come una colonna. Non si muovono, non cambiano, non si ostacolano a vicenda, non sono in grado di procurarsi a vicenda felicità, sofferenza, o felicità e sofferenza. Quali sette? Il corpo di terra, il corpo d’acqua, il corpo di fuoco, il corpo di vento, la felicità, la sofferenza e, settima, l’anima vitale. Questi sette corpi non sono fatti, non sono prodotti, non sono creati, non hanno creatore, sono sterili, stabili come una vetta, saldi come una colonna. Non si muovono, non cambiano, non si ostacolano a vicenda, non sono in grado di procurarsi a vicenda felicità, sofferenza, o felicità e sofferenza. Fra di essi non c’è chi uccide né chi fa uccidere, chi ascolta né chi fa ascoltare, chi conosce né chi fa conoscere. Anche chi con un’arma affilata taglia una testa, non priva nessuno della vita; l’arma passa solo nell’intervallo fra i sette corpi.”
«Così, venerabile, Pakudha Kaccāyana, interrogato su un frutto visibile della vita ascetica, rispose una cosa per un’altra. Come se, interrogato su un mango, rispondesse con una labuja, o, interrogato su una labuja, rispondesse con un mango; allo stesso modo, venerabile, Pakudha Kaccāyana, interrogato su un frutto visibile della vita ascetica, rispose una cosa per un’altra. A me, venerabile, venne questo pensiero: “Come potrebbe uno come me pensare di biasimare un asceta o un brahmano che vive nel suo regno?” Io, venerabile, non approvai né contestai le parole di Pakudha Kaccāyana; non approvando e non contestando, scontento, senza pronunciare parole di scontento, senza far mia quella sua parola e senza rigettarla, mi alzai dal seggio e me ne andai.
Il quadruplice controllo
«Una volta, venerabile, mi recai da Nigaṇṭha Nāṭaputta; giunto, scambiai saluti con Nigaṇṭha Nāṭaputta. Dopo aver scambiato parole cordiali e di cortesia, mi sedetti da una parte. Seduto da una parte, venerabile, dissi a Nigaṇṭha Nāṭaputta: “Come questi diversi mestieri, caro Aggivessana … è possibile, caro Aggivessana, mostrare allo stesso modo, già in questa stessa vita, un frutto visibile della vita ascetica?”
«Detto questo, venerabile, Nigaṇṭha Nāṭaputta mi rispose: “Qui, grande re, il Nigaṇṭha è vincolato dal quadruplice controllo. E come, grande re, il Nigaṇṭha è vincolato dal quadruplice controllo? Qui, grande re, il Nigaṇṭha è trattenuto da ogni freno, è unito a ogni freno, è purificato da ogni freno, è pervaso da ogni freno. Così, grande re, il Nigaṇṭha è vincolato dal quadruplice controllo. Quando, grande re, il Nigaṇṭha è così vincolato dal quadruplice controllo, si dice, grande re, che il Nigaṇṭha ha raggiunto il sé, ha il sé controllato, ha il sé saldo.”
«Così, venerabile, Nigaṇṭha Nāṭaputta, interrogato su un frutto visibile della vita ascetica, rispose con il quadruplice controllo. Come se, interrogato su un mango, rispondesse con una labuja, o, interrogato su una labuja, rispondesse con un mango; allo stesso modo, venerabile, Nigaṇṭha Nāṭaputta, interrogato su un frutto visibile della vita ascetica, rispose con il quadruplice controllo. A me, venerabile, venne questo pensiero: “Come potrebbe uno come me pensare di biasimare un asceta o un brahmano che vive nel suo regno?” Io, venerabile, non approvai né contestai le parole di Nigaṇṭha Nāṭaputta. Non approvando e non contestando, scontento, senza pronunciare parole di scontento, senza far mia quella sua parola e senza rigettarla, mi alzai dal seggio e me ne andai.
L’evasione
«Una volta, venerabile, mi recai da Sañcaya Belaṭṭhaputta; giunto, scambiai saluti con Sañcaya Belaṭṭhaputta. Dopo aver scambiato parole cordiali e di cortesia, mi sedetti da una parte. Seduto da una parte, venerabile, dissi a Sañcaya Belaṭṭhaputta: “Come questi diversi mestieri, caro Sañcaya … è possibile, caro Sañcaya, mostrare allo stesso modo, già in questa stessa vita, un frutto visibile della vita ascetica?”
«Detto questo, venerabile, Sañcaya Belaṭṭhaputta mi rispose: “Se mi chiedi: ‘Esiste un altro mondo?’, e se io pensassi che esiste un altro mondo, ti risponderei che esiste un altro mondo. Ma non dico così, non dico in quel modo, non dico altrimenti, non dico di no, non dico non-no. Non esiste un altro mondo … esiste e non esiste un altro mondo … né esiste né non esiste un altro mondo … esistono esseri a nascita spontanea … non esistono esseri a nascita spontanea … esistono e non esistono esseri a nascita spontanea … né esistono né non esistono esseri a nascita spontanea … esiste frutto e risultato delle azioni buone e cattive … non esiste frutto e risultato delle azioni buone e cattive … esiste e non esiste frutto e risultato delle azioni buone e cattive … né esiste né non esiste frutto e risultato delle azioni buone e cattive … il Tathāgata esiste dopo la morte … il Tathāgata non esiste dopo la morte … il Tathāgata esiste e non esiste dopo la morte … se mi chiedi: ‘Il Tathāgata né esiste né non esiste dopo la morte?’, e se io pensassi che il Tathāgata né esiste né non esiste dopo la morte, ti risponderei che il Tathāgata né esiste né non esiste dopo la morte. Ma non dico così, non dico in quel modo, non dico altrimenti, non dico di no, non dico non-no.”
«Così, venerabile, Sañcaya Belaṭṭhaputta, interrogato su un frutto visibile della vita ascetica, rispose con l’evasione. Come se, interrogato su un mango, rispondesse con una labuja, o, interrogato su una labuja, rispondesse con un mango; allo stesso modo, venerabile, Sañcaya Belaṭṭhaputta, interrogato su un frutto visibile della vita ascetica, rispose con l’evasione. A me, venerabile, venne questo pensiero: “Questo è il più stolto, il più ottuso fra questi asceti e brahmani. Come può, interrogato su un frutto visibile della vita ascetica, rispondere con l’evasione?” E a me, venerabile, venne questo pensiero: “Come potrebbe uno come me pensare di biasimare un asceta o un brahmano che vive nel suo regno?” Io, venerabile, non approvai né contestai le parole di Sañcaya Belaṭṭhaputta. Non approvando e non contestando, scontento, senza pronunciare parole di scontento, senza far mia quella sua parola e senza rigettarla, mi alzai dal seggio e me ne andai.
«Ora io, venerabile, interrogo anche il Beato: “Come questi diversi mestieri, venerabile—cavalieri d’elefante, cavalieri, aurighi, arcieri, portastendardi, ufficiali di campo, addetti ai viveri, nobili principi guerrieri, combattenti d’assalto, grandi eroi, prodi, guerrieri in armatura di cuoio, figli di schiave, cuochi, barbieri, addetti al bagno, sovrintendenti di cucina, fioristi, lavandai, tessitori, cestai, vasai, contabili, calcolatori, o qualunque altro mestiere di questo genere—chi li esercita vive già in questa stessa vita di un frutto visibile del proprio mestiere; con esso rende felice e appagato sé stesso, rende felici e appagati i genitori, rende felici e appagati moglie e figli, rende felici e appagati amici e collaboratori, e stabilisce per gli asceti e i brahmani un’offerta di elevazione, che porta al cielo, di risultato felice, che conduce ai mondi celesti. È possibile, venerabile, mostrare allo stesso modo, già in questa stessa vita, un frutto visibile della vita ascetica?”»