Kai significa “mare”1 e in (traduzione del termine sanscrito mudrā) significa “sigillo” o “impronta.” Zanmai (rappresentazione fonetica del termine sanscrito samādhi) indica lo stato nello zazen. Così kai-in-zanmai significa “samādhi del sigillo del mare” oppure “samādhi come stato simile al mare.” Queste parole compaiono frequentemente nel Sutra della Ghirlanda. Il Maestro Dōgen spiega che esse descrivono lo stato nello zazen, ovvero la mutua interrelazione tra soggetto e oggetto qui e ora. In questo capitolo il Maestro Dōgen espone il samādhi come stato simile al mare, citando il Sutra di Vimalakīrti, il Sutra del Loto e una conversazione tra il Maestro Sōzan Honjaku e il suo discepolo.
Coloro che sono buddha e patriarchi sono sempre nel samādhi, lo stato simile al mare.2 Nuotando in questo samādhi, hanno momenti di insegnamento, momenti di esperienza e momenti di movimento. La virtù del loro muoversi sulla superficie del mare include il movimento lungo il fondo stesso di quel [mare]: essi si muovono sulla superficie del mare [sapendo] che questo è “muoversi lungo il fondo dell’oceano più profondo”.3 Cercare di far tornare alla sorgente le correnti incerte della vita e della morte non significa muoversi nell’ineffabile stato della mente. Benché i casi passati di superamento delle barriere e di rottura dei nodi siano stati, naturalmente, episodi individuali dei buddha e dei patriarchi stessi, allo stesso tempo ciascuno di essi era governato dal samādhi, lo stato simile al mare.
Il Buddha disse:
Solo di dharma reali4 è composto questo corpo.
Quando appaiono, è semplicemente l’apparire dei dharma;
Quando scompaiono, è semplicemente lo scomparire dei dharma.
Quando questi dharma appaiono,
non parliamo dell’apparizione del sé.
Quando questi dharma scompaiono,
non parliamo della scomparsa del sé.5
Un istante prima, un istante dopo:
un istante non è relativo all’altro;
Un dharma prima, un dharma dopo:
un dharma non si oppone all’altro.
Questo è chiamato samādhi, lo stato come il mare.
Dovremmo apprendere con scrupolo nella pratica e considerare queste parole del Buddha. Realizzare la verità ed entrare nello stato dell’esperienza non dipendono sempre da un’abbondanza di conoscenze o da un’abbondanza di parole. Studiosi di vasta erudizione e grande sapere sono giunti a realizzare la verità per mezzo di soli quattro versi. Studiosi estremamente esperti [in testi numerosi come] le sabbie del Gange sono infine entrati nello stato dell’esperienza grazie a una singola riga o a un solo verso. Tanto meno, dunque, le presenti parole riguardano il cercare in futuro il risveglio originario o l’afferrare il risveglio iniziale nel mezzo della realizzazione6. In generale, sebbene il manifestare realmente il risveglio originario e simili sia una virtù dei Buddha e dei patriarchi, le varie forme di risveglio — come il risveglio iniziale e il risveglio originario — non sono ciò che definisce i Buddha e i patriarchi buddhisti.
Il Buddha disse:
Solo di dharma reali è composto questo corpo.
Quando appaiono, è semplicemente l’apparire dei dharma;
Quando scompaiono, è semplicemente lo scomparire dei dharma.
Quando questi dharma appaiono,
non parliamo dell’apparizione del sé.
Quando questi dharma scompaiono,
non parliamo della scomparsa del sé.
Un istante prima, un istante dopo:
un istante non è relativo all’altro;
Un dharma prima, un dharma dopo:
un dharma non si oppone all’altro.
Questo è chiamato samādhi, lo stato come il mare.
Il momento concreto di questo “samādhi simile al mare” è proprio un momento concreto composto solo di dharma reali, ed è l’espressione della verità del fare affidamento esclusivo sui dharma reali7. Questo momento è detto essere “questo corpo composto”. La forma integrata che è composta di dharma reali è questo corpo. Noi non vediamo questo corpo come “una forma integrata”: sono i dharma reali a comporlo. Questo corpo composto è stato espresso come la verità in quanto “questo corpo”.
Il momento dell’apparizione è soltanto l’apparizione dei dharma. Questa apparizione dei dharma non lascia mai dietro di sé l'”apparizione”8. Per questa ragione, l’apparizione è al di là del sentire e al di là del conoscere9, e questo stato è espresso come “non parlare dell’apparizione del sé”. Non è che, mentre non parliamo dell’apparizione del sé, altre persone stiano percependo, realizzando, pensando e discriminando che questi dharma appaiono10. Proprio nel momento dello stato ascendente della realizzazione reciproca, ci imbattiamo in opportunità propizie per la realizzazione reciproca.11 L’apparizione è inevitabilmente un momento concreto giunto a manifestarsi; poiché il momento è apparizione. Che cos’è dunque questa “apparizione”? Può essere l’apparizione stessa. È l’apparizione che è già di per sé un momento, e non manca mai di rivelare pelle nuda, carne, ossa e midollo.12 Poiché l’apparizione è un’apparizione che è composta13, l’apparizione come questo corpo e l’apparizione come apparizione del sé è solo di dharma reali. Essa va oltre la sola percezione di suoni e forme: sono i dharma reali che sono l’apparizione del sé, ed è l’apparizione del sé che è al di là della parola14. “Non parlare” non significa non esprimere nulla; infatti, essere in grado di esprimere la verità non è la stessa cosa che essere in grado di parlare. Il momento dell’apparizione sono questi dharma reali qui e ora: non appartiene alle dodici ore15. Questi dharma reali qui e ora sono il momento dell’apparizione; essi sono al di là dell’apparizione competitiva dei tre mondi.16 Un antico buddha disse: “All’improvviso appare il fuoco”.17 L’indipendenza di questa reale apparizione è espressa come “appare il fuoco”. Un antico buddha disse: “Nel momento in cui apparizione e scomparsa non cessano, che cosa dobbiamo fare?”18 Così, apparizione e scomparsa, sebbene siano l’apparizione del sé stesso e la scomparsa del sé stesso, non cessano.19 Dovremmo determinare il significato reale di queste parole “non cessare” affidandoci totalmente a quel buddha.20 Questo tempo in cui apparizione e scomparsa non cessano è tagliato e proseguito come l’arteria vitale dei patriarchi buddhisti. Nel momento in cui apparizione e scomparsa non cessano, è “chi appare e scompare”. L’apparizione e la scomparsa di chi sono le persone che devono essere salvate attraverso questo corpo, sono il manifestare immediatamente questo corpo, e sono il predicare per loro il Dharma;21 sono la mente passata che non può essere afferrata;22 sono “tu che hai ottenuto il mio midollo”,23 e sono “tu che hai ottenuto le mie ossa”24—poiché è chi25 che appare e scompare.
Nel momento in cui questi dharma scompaiono, non parliamo della scomparsa del sé. Il momento stesso in cui non parliamo della scomparsa del sé è proprio il momento in cui questi dharma scompaiono. La scomparsa è la scomparsa di dharma reali: è scomparsa, ma nello stesso tempo deve anche essere dharma reali. Poiché è dharma reali, non è confinata agli atomi del mondo oggettivo, e poiché non è confinata agli atomi del mondo oggettivo, è incontaminata.26 Proprio questa incontaminatezza sono i buddha e i patriarchi stessi. Essi dicono “Anche tu sei così”, [ma] chi potrebbe non essere “tu”?—può darsi che tutti coloro che hanno un istante [di mente] prima e un istante [di mente] dopo27 siano “tu”. [I buddha e i patriarchi] dicono “Anch’io sono così”, [ma] chi potrebbe non essere “io”?—poiché tutti coloro che hanno un istante [di mente] prima e un istante [di mente] dopo sono “io”. Questa scomparsa è adornata di un’abbondanza senza limiti di mani e occhi. Vale a dire, è il nirvāṇa supremo e grande, che è chiamato “morte”, che è inteso come estinzione,28 e che è visto come una dimora. Tali mani e occhi infinitamente abbondanti29 sono tutte virtù della scomparsa. Non parlare nel momento in cui la scomparsa è il sé, e non parlare nel momento in cui l’apparizione è il sé, pur condividendo la comune vitalità del non parlare, può andare oltre il non parlare della comune morte. [Il non parlare] è già la scomparsa del dharma precedente e la scomparsa del dharma successivo; è l’istante precedente del Dharma e l’istante successivo del Dharma; sono i dharma precedenti e successivi che operano per il Dharma; e sono gli istanti precedenti e successivi che operano per il Dharma. Non dipendere è operare per il Dharma. Non opporsi è operare per il Dharma. Far sì che [i dharma] non si oppongano e non dipendano è esprimere l’ottanta o il novanta per cento della verità.30 Quando la scomparsa fa dei quattro elementi e dei cinque aggregati le sue mani e i suoi occhi, c’è il prendere e c’è il ritrarsi. Quando la scomparsa fa dei quattro elementi e dei cinque aggregati il suo corso d’azione, si compie un passo avanti e avviene un incontro. In questo momento persino [l’espressione] “il corpo pienamente realizzato è mani e occhi”31 non è sufficiente, e persino “l’intero corpo è mani e occhi”32 non è sufficiente. In sintesi, la scomparsa è la virtù dei patriarchi buddhisti.33 Riguardo all’attuale espressione delle parole “non opposto” e all’espressione delle parole “non dipendente”, ricorda: l’apparizione all’inizio, nel mezzo e alla fine è apparizione—“Ufficialmente non c’è spazio per un ago, ma privatamente possono passare un cavallo e un carro”.34 [L’apparizione] non dipende dalla scomparsa né le si oppone all’inizio, nel mezzo e alla fine. Fa apparire improvvisamente i dharma reali là dove prima c’era scomparsa, ma non è un’apparizione definita dalla scomparsa: è l’apparizione dei dharma reali. Poiché è l’apparizione dei dharma reali, è una forma al di là dell’opposizione e della dipendenza.35 Allo stesso tempo, scomparsa e scomparsa non dipendono l’una dall’altra né si oppongono l’una all’altra. Anche la scomparsa, all’inizio, nel mezzo e alla fine, è scomparsa— “Mentre la incontriamo non si nota, ma quando la nostra attenzione viene richiamata, allora ne riconosciamo l’esistenza”.36 La scomparsa avviene improvvisamente là dove prima c’era apparizione, ma non è una scomparsa definita dall’apparizione: è la scomparsa dei dharma reali. Poiché è la scomparsa dei dharma reali, è al di là della reciproca opposizione e dipendenza.37 In entrambi i casi—sia che la scomparsa sia proprio questo38 sia che l’apparizione sia proprio questo—il fare esclusivo affidamento sul samādhi come stato simile al mare è chiamato “dharma reali”. La pratica-ed-esperienza che è proprio questo non è inesistente; è semplicemente che questa incontaminatezza è chiamata “samādhi, lo stato simile al mare”. Il samādhi è realizzazione; è l’espressione della verità; è una notte in cui una mano si allunga all’indietro e tasta in cerca del cuscino.39 In tale allungarsi all’indietro nella notte e tastare in cerca del cuscino, il tastare il cuscino non riguarda soltanto koṭi di koṭi di le miriadi di kalpa; è “me stesso che sono in mezzo al mare, predicando il Sutra del Fiore del Meraviglioso Dharma unicamente ed eternamente”.40
A causa del non parlare dell’apparizione del sé, «io stesso sono in mezzo al mare». La superficie davanti [a me]41 è la predicazione eterna come diecimila increspature che seguono una singola lieve onda42 e la superficie dietro [di me] è il Sutra del Fiore del Meraviglioso Dharma come una singola onda che segue diecimila lievi increspature.43 Anche se ho avvolto e lanciato mille piedi o diecimila piedi di lenza, purtroppo la lenza pende semplicemente dritta verso il basso. La suddetta superficie davanti e superficie dietro44 è la superficie del mare su cui mi trovo: è come dire «una cosa concreta prima, una cosa concreta dopo».45 «Una cosa concreta prima, una cosa concreta dopo» descrive il collocarsi di una cosa su una cosa.46 Non è che in mezzo al mare ci sia una persona: [il mare del] mio essere nel mare non è né una dimora della gente comune né un luogo amato dai santi, ma il mio essere lì esiste solo in mezzo al mare. Questa è la predicazione proclamata unicamente ed eternamente. Questo essere in mezzo al mare non appartiene al centro né appartiene all’interno o all’esterno; esiste pacificamente ed eternamente, predicando il Sutra del Fiore del Dharma.47 Non risiede a est, ovest, sud o nord; è tornare, in una barca colma di vuoto e carica di luce lunare. Questo vero rifugio48 è il processo stesso, qui e ora, del tornare: chi potrebbe descriverlo come la fatica di restare in acqua?49 Si realizza soltanto entro i ripidi confini dello stato di verità del Buddha. Chiamiamo questa [realizzazione] il sigillo che sigilla l’acqua [come acqua]. Espressa ulteriormente, è il sigillo che sigilla lo spazio [come spazio], o ancora, il sigillo che sigilla il fango [come fango]50. Il sigillo che sigilla l’acqua, pur non essendo necessariamente il sigillo che sigilla il mare, nello stato ulteriormente ascendente può essere il sigillo che sigilla il mare.51 Questo è ciò che si intende per «il sigillo del mare»,52 «il sigillo dell’acqua», «il sigillo del fango» e «il sigillo della mente». Essendo stato trasmesso uno-a-uno, il sigillo della mente sigilla l’acqua, sigilla il fango e sigilla lo spazio.53
Un giorno al Grande Maestro Genshō del monte Sōzan54 un monaco chiese: «Ho sentito dire negli insegnamenti che “il Grande Mare non accoglie cadaveri”.55 Che cosa si intende per “il Mare”?»
Il Maestro disse: «Include le miriadi dell’esistenza».
Il monaco disse: «Allora come può non accogliere cadaveri?»
Il Maestro disse: «Ciò che ha smesso di respirare non vi appartiene».
Il monaco disse: «Dato che [il sigillo] include le miriadi dell’esistenza, come può ciò che ha smesso di respirare non appartenervi?»
Il Maestro disse: «Le miriadi dell’esistenza, essendo al di là di quelle virtù, hanno smesso di respirare».56
Questo Sōzan è il fratello di pratica di Ungo.57 Qui l’istruzione fondamentale di Tōzan58 ha colpito esattamente nel segno. Le presenti parole «Ho sentito dire negli insegnamenti» indicano i veri insegnamenti dei patriarchi buddhisti, non gli insegnamenti delle persone comuni e dei saggi59, né i piccoli insegnamenti di coloro che si attaccano al Buddha-Dharma60.
«Il Grande Mare non accoglie cadaveri». Questo «Grande Mare» è al di là dei mari interni, dei mari esterni,61 e simili, e può essere al di là degli otto mari62 e simili. Tali cose non riguardano gli studenti [buddhisti]. Riconosciamo come mare non solo ciò che non è mare;63 riconosciamo come mare anche ciò che è mare. Anche se insistessimo con forza che [questo mare] è mare, non potremmo chiamarlo «il Grande Mare».64 Il Grande Mare non significa sempre profonde acque dotate delle otto qualità,65 e il Grande Mare non significa sempre i nove grandi bacini66 di acqua salata e simili: i dharma reali possono esserne la composizione realizzata. Perché mai il Grande Mare dovrebbe essere sempre acqua profonda? Perciò, il motivo per cui [esseri umani e dèi] pongono la domanda «Che cos’è il Mare?» è che il Grande Mare rimane sconosciuto agli esseri umani e agli dèi, ed essi lo esprimono quindi a parole come «il Grande Mare». Coloro che chiedono di esso stanno disturbando il loro attaccamento al Mare. «Non accoglie cadaveri»: il significato di «non accogliere» può essere agire con mente lucida quando arriva la lucidità, e agire con mente ottusa quando arriva l’ottusità.67 «Un cadavere» è cenere spenta—una mente che non cambia mai, per quante volte incontri la primavera.68 [Allo stesso tempo] «un cadavere» è qualcosa che nessuno ha mai sperimentato; perciò nessuno sa che cosa sia.
Le parole del Maestro «include le miriadi dell’esistenza» esprimono il Mare. Il principio fondamentale che egli esprime non è l’affermazione che un qualche soggetto anonimo includa le miriadi dell’esistenza; è l’inclusione delle miriadi dell’esistenza. Egli non dice che il Grande Mare includa le miriadi dell’esistenza, ma che ciò che esprime l’inclusione delle miriadi dell’esistenza è proprio il Grande Mare stesso. Sebbene non sappiamo che cosa sia, per il momento esso è le miriadi dell’esistenza. Persino incontrare la figura di un buddha o la figura di un patriarca è soltanto una momentanea falsa percezione delle miriadi dell’esistenza. Nel tempo dell’inclusione, persino le montagne non sono confinate al salire sulla cima della vetta più alta e persino l’acqua non è confinata al muoversi lungo il fondo del mare più profondo.69 Il trattenere può essere così, e il lasciare andare può essere così.70 Parliamo del «Mare della natura di Buddha» e parliamo del «Mare di Vairocana»71: questi sono semplicemente le miriadi dell’esistenza. Sebbene la superficie del Mare sia invisibile, coloro che vi nuotano non ne dubitano. Per esempio, nell’esprimersi come Un Boschetto di Bambù, Tafuku72 dice: «Uno o due steli sono storti» e «Tre o quattro steli sono di traverso». Il suo è il cammino dell’azione che realizza le miriadi dell’esistenza come una confusione di errori. Eppure, perché non dice «Mille storti, diecimila storti!»? Perché non dice «Mille boschetti, diecimila boschetti!»? Non dovremmo dimenticare la verità che è presente in questo modo in un boschetto di bambù. Persino l’espressione di Sōzan «include le miriadi dell’esistenza» è proprio le miriadi dell’esistenza stesse.
Il monaco dice: «Come può ciò che ha smesso di respirare non appartenere?» Benché questo possa essere erroneamente scambiato per un dubbio, è semplicemente il funzionamento della mente ineffabile. Quando [il Maestro Rinzai dice] «Da molto tempo ho dei dubbi su costui»,73 è soltanto che egli sta realmente incontrando [quel tale] proprio in «Da molto tempo ho dei dubbi su costui». Nel luogo in cui l’ineffabile esiste, come può ciò che ha smesso di respirare “non appartenere”?, e come può [il Grande Sigillo] “non accogliere” i cadaveri? In questo luogo concreto, questo è già inclusione delle miriadi dell’esistenza; come può ciò che ha smesso di respirare “non appartenere”? Ricorda: l’inclusione è al di là dell'”appartenere”; l’inclusione non è accogliere.74 Anche se le miriadi dell’esistenza fossero un cadavere, può darsi che il non accogliere attraversi direttamente diecimila anni, e che il non appartenere75 sia questo vecchio monaco che posa una pietra. Caoshan dice: «Le miriadi dell’esistenza, essendo al di là di quelle virtù, hanno smesso di respirare». Queste miriadi dell’esistenza, che abbiano smesso di respirare o che non abbiano smesso di respirare, possono essere non appartenenti. Anche se un cadavere è un cadavere,76 se fa esperienza dell’azione nello stato delle miriadi dell’esistenza, esso includerà [le miriadi dell’esistenza], e potrà essere l’inclusione stessa. Nel processo prima e nel processo dopo, descritti come “miriadi dell’esistenza”, vi sono virtù peculiari. [Ma] questo non è lo stato dell’aver smesso di respirare: è ciò che viene comunemente descritto come «il cieco che guida il cieco».77 Il principio del cieco che guida il cieco, spinto oltre, è quello della persona cieca che guida la persona cieca, e quello delle masse cieche che guidano le masse cieche. Nel momento in cui le masse cieche guidano le masse cieche, l’inclusione delle miriadi dell’esistenza include l’inclusione delle miriadi dell’esistenza. Esiste forse un numero qualsiasi di grandi verità aggiuntive diverse dalle miriadi dell’esistenza? Prima ancora che una tale considerazione sia mai stata realizzata, lo stato è samādhi, lo stato come il mare.
Shōbōgenzō Kai-in-zanmai
Scritto al tempio Kannon-dori-kōshō-hōrin-ji
il ventesimo giorno del primo mese d’estate,78
nel terzo anno di Ninji.79
Note
1 海 (KAI) rappresenta, in senso generale, una grande massa d’acqua, sia questa un “mare” o un “oceano” e lo stesso vale per il suo corrispettivo sanscrito d’origine sāgara. Tradizionalemente, KAI-IN ZANMAI è stato tradotto come “Il mudra del sigillo dell’oceano”, probabilmente perché oceano trasmette un maggiore senso di vastità. Nishijima-roshi, nella sua traduzione, ha preferito usare il termine “mare”. ↩
2 海印三昧 (KAI-IN-ZANMAI), secondo il Bukkyogo-daijiten, rappresenta il termine sanscrito sāgara-mudra-samādhi. Altre fonti riportano l’espressione samudra-mudrā-samādhi. Sia sāgara sia samudra significano “mare”, “oceano”, “vasta distesa d’acqua”. ↩
3 Da un verso del Maestro Yaoshan Weiyan, citato nel cap. 11, UJI: «A volte in piedi sulla vetta più alta / A volte muovendosi lungo il fondo dell’oceano più profondo…» ↩
4 衆法 (SHŪHŌ) significa letteralmente “i molteplici dharma”. Nishijima-roshi ha probabilmente scelto di tradurre questo termine come “dharma reali” per evitare che dharma in questo caso venga interpretato come un principio astratto. ↩
5 Il poema fino a questo punto è citato nello Yuima-kyō (Sutra di Vimalakīrti), pt. 2, cap. 5 (il capitolo in cui Mañjuśrī si informa sulla salute di Vimalakīrti). Non è noto se il Maestro Dōgen abbia trovato il resto del poema in un altro sutra. ↩
6 本覺 (HONGAKU) risveglio originale e 始覺 (SHIGAKU) risveglio iniziale sono termini usati nel buddhismo dell’Asia dell’est per distinguere rispettivamente l’illuminazione inerente nella natura di buddha e l’illuminazione ottenuta al termine del percorso del bodhisattva ↩
7 Da questo paragrafo in avanti, il Maestro Dōgen espande il significato di ogni carattere del verso del Buddha, carattere per carattere. La prima riga del poema recita 但以衆法合成此身 (tada shuhō o motte kono mi o gōjō su). In questo paragrafo il Maestro Dōgen considera il significato di ciascuno dei quattro elementi della frase: 但以 (TAN-I), “solo di” o “affidamento esclusivo”; 衆法 (SHUHŌ), “dharma reali”; 合成 (GŌJŌ), “composto” o “composizione realizzata”; e 此身 (SHISHIN), “questo corpo”. ↩
8 Significa che ogni singolo evento di apparizione (sorgere, nell’originale giapponese) è completo in sé stesso e non lascia dietro di sé qualche “cosa” sorta che possa diventare oggetto di conoscenza. ↩
9 Significa che non percepiamo, non conosciamo, i dharma. In effetti, nell’epistemologia buddhista scolastica tradizionale, l’occorrenza momentanea dei singoli dharma non è direttamente percepita dalla coscienza. ↩
10 La cessazione delle tendenze soggettive da un lato e la realizzazione delle cose reali dall’altro non sono separate, ma si realizzano nell’unità di soggetto e oggetto. ↩
11 相見 (SŌKEN), “incontrarsi reciprocamente” o “realizzazione reciproca”, suggerisce l’unità tra il lato soggettivo (non parlare del sé) e il lato concreto (apparizione dei dharma). ↩
12 皮肉骨髄 (HI NIKU KOTSU ZUI) pelle, carne, ossa e midollo: un’espressione che ricorre molto spesso nello Shōbōgenzō, indicando l’essenza o la verità o la totalità di qualcosa o di qualcuno. Deriva dalla celebre storia, contenuta nel Caso 201 dello Shinji Shōbōgenzō, della messa alla prova dei quattro discepoli da parte di Bodhidharma, a ciascuno dei quali egli disse, a turno, che aveva ottenuto la sua pelle, la sua carne, le sue ossa e il suo midollo. ↩
13 In altre parole, ciò che è reale. ↩
14 不言 (FUGON) significa “non parlare” o “al di là della parola”. ↩
15 十二時 (JUU NI JI). Le ventiquattro ore del giorno, concepite all’epoca in divisioni da due ore. ↩
16 Un monaco chiese una volta al Maestro Yantou Quanhuo (828–887), successore del Maestro Deshan Xuanjian: «Che cosa dobbiamo fare quando i tre mondi appaiono in competizione tra loro?» Il Maestro disse: «Siedi e basta!» Il monaco disse: «Non capisco. Che cosa intende il Maestro?» Il Maestro rispose: «Portami qui il Monte Lu e te lo dirò». Shinji Shōbōgenzō, kōan n. 75. Tre Regni (SANGAI 三界) fa riferimento ai tre ambiti fondamentali del saṃsāra, entro i quali gli esseri rinascono in base al karma. Vedi: traidhatuka ↩
17 Sutra del Loto, Hiyu (Una parabola): «Allora la casa / improvvisamente prende fuoco. / Nelle quattro direzioni, tutte insieme, / le fiamme divampano al massimo». (LS 1.186–188.) ↩
18 Il Maestro Razan Dokan, successore del Maestro Gānto Zenkatsu, chiese al Maestro Ganto: «Quando apparizione e scomparsa non cessano, che cosa dobbiamo fare?» Il Maestro Ganto rispose: «Chi è che appare e scompare?» Wanshi-kōroku, vol. 2. ↩
19 不停 (FUTEI), “non cessare”, suggerisce l’immobilità del tempo nel presente. ↩
20 かれ (kare), “lui”, si riferisce al Maestro Razan. ↩
21 Allude alla descrizione del Bodhisattva Avalokiteśvara nel Sutra del Loto, Kanzeon-bosatsu-fumon. Cfr. LS 3.252. ↩
22 Parola del Buddha tratta dal Sutra del Diamante. Cfr. Shōbōgenzō, cap. 18, Shin-fukatoku. ↩
23 Parole del Maestro Bodhidharma al suo discepolo Dazu Huike. Cfr. cap. 46, Kattō. ↩
24 Parole del Maestro Bodhidharma al suo discepolo Dao Yu (道育; giapponese: Dōiku). Ibid. ↩
25 是誰 (kore tare ka, ZESUI) significa “chi è?” o “il chi concreto”. 誰 (tare, SUI), “chi”, è spesso usato nello Shōbōgenzō per rappresentare una persona il cui stato non può essere espresso a parole. ↩
26 Il Maestro Dajian Huineng chiede al Maestro Nanyue Huairang: «Ti affidi alla pratica-ed-esperienza, oppure no?» Il Maestro Nanyue risponde: «Pratica-ed-esperienza non sono inesistenti, ma non devono essere contaminate». Il Maestro Dajian Huineng dice: «Proprio questa incontaminatezza è ciò che i buddha custodiscono e desiderano. Anche tu sei così. Anche io sono così. E anche i maestri ancestrali dell’India erano così…» Nella storia, “non contaminata” significa non divisa dal pensiero in mezzi e fini. Vedi il Caso 101 dello Shinji Shōbōgenzō ↩
27 前念後念 (ZENNEN-KONEN), come nel verso in esame. 念 (NEN) significa: 1) pensiero, consapevolezza o coscienza; 2) un pensiero, un’immagine mentale, un momento di coscienza; e quindi 3) un momento o un istante. ↩
28 Il Rokuso-dankyō (Sutra della Piattaforma del Sesto Patriarca – sezione sul Maestro Shitou) dice: «Il supremo e grande nirvāṇa è perfettamente luminoso e illumina sempre serenamente; ma l’uomo comune lo chiama morte, i non-buddhisti insistono che sia estinzione, e coloro che cercano i due veicoli lo vedono come non-divenire». ↩
29 許多手眼 (KYOTA-SHUGEN), “mani e occhi infinitamente abbondanti”, appare in una storia citata e discussa nel cap. 33, Kannon: il Maestro Yunyan Tansheng chiede al Maestro Daowu Yuanzhi come intenda le mani e gli occhi infinitamente abbondanti del Bodhisattva Avalokiteśvara. Il Bodhisattva Avalokiteśvara è solitamente inteso come simbolo spirituale della compassione, ma il Maestro Daowu paragonò la sua funzione a una mano che, nella notte, cerca un cuscino. ↩
30 八九成の道得 (HAKKUJŌ no DOTOKU), ovvero “un’espressione della verità che è l’ottanta o il novanta per cento della realizzazione”, sono parole del Maestro Daowu Yuanzhi tratte dalla discussione su Avalokiteśvara nel cap. 33, Kannon. ↩
31 通身是手眼 (TSUSHIN kore SHUGEN), parole del Maestro Daowu. ↩
32 遍身是手眼 (HENSHIN kore SHUGEN), parole del Maestro Yunyan. ↩
33 滅 (METSU) significa non solo scomparsa ma anche dissoluzione o cessazione, come nella terza delle Quattro Nobili Verità, 滅諦 (METTAI), “la verità della cessazione”, dal sanscrito nirodha-satya. ↩
34 Il Maestro Jingqing Daofu chiede: «Senza gli occhi del sacro, come potremmo riflettere qualcosa di così ineffabile?» Il Maestro Caoshan Benji risponde: «Ufficialmente non c’è spazio per un ago, ma privatamente può passare un cavallo con un carro». (Keitoku-dento-roku, cap. 17.) Un modo di dire generalmente inteso come esternamente rigido, ma internamente aperto o rigido in principio, ma flessibile nella pratica. ↩
35 不対待相 (FUTAITAI-SŌ). 相 (SŌ) significa: 1) reciprocamente; 2) forma, aspetto, apparizione. Il verso dice 不相待 (FUSŌTAI), “non reciprocamente dipendente”, e 不相対 (FUSŌTAI), “non reciprocamente opposto”. In questi composti 相 (SŌ) funziona come avverbio (“reciprocamente”). In questa frase, il Maestro Dōgen sposta la posizione di 相 (SŌ) facendolo funzionare come sostantivo (“forma”), cambiandone completamente il significato. Il Maestro Dōgen è solito riarrangiare la posizione dei caratteri o cambiarne la lettura per estrarne nuovi significati andando così al di là delle parole. ↩
36 Queste sono originariamente parole del Maestro Danxia Tianran. A esse, un monaco chiese al Maestro Changqing Huileng: «Un uomo del passato disse: “Mentre lo incontriamo non si nota; quando la nostra attenzione vi è attirata, allora ne riconosciamo l’esistenza”. Qual è questa situazione?» Il Maestro rispose: «Hai già riconosciuto l’esistenza?» (Keitoku-dento-roku, cap. 18). ↩
37 不相対待 (FUSŌTAITAI). Vedi nota 28. ↩
38 是即 (ZESOKU). Come era sua consuetudine, il Maestro Dōgen interpretava anche caratteri apparentemente innocui del verso (ZESOKU MYŌ I KAI-IN ZANMAI 是即名為海印三昧, “Questo è il Samādhi del Sigillo dell’Oceano”) come rappresentazioni dirette della realtà qui e ora. ↩
39 Allude nuovamente alle parole del Maestro Dōgo citate nel cap. 33, Kannon. ↩
40 Sutra del Loto, Devadatta. LS 2.218. ↩
41 前面 (ZENMEN). 面 (MEN) significa volto, superficie, scena o istanza. 前面 (ZENMEN) suggerisce la scena concreta davanti agli occhi e, allo stesso tempo, l’istante immediatamente precedente al presente. ↩
42 Da un verso del Maestro Chuanzi Decheng: «Calando la lenza per diecimila piedi, / un’onda che si infrange genera diecimila increspature. / La notte è quieta, l’acqua fredda, il pesce non abbocca. / La barca vuota, colma di chiaro di luna, fa ritorno». ↩
43 Per suggerire la relazione reciproca tra soggetto e oggetto, il Maestro Dōgen invertì l’espressione nel verso del Maestro Sensu Tokujo. ↩
44 前面後面 (ZENMEN-KŌMEN), “superficie davanti, superficie dietro”, rispecchia le espressioni del verso originale in esame: 前念後念 (ZENNEN-KONEN), “istante prima, istante dopo”, e 前法後法 (ZENPŌ-KŌHŌ), “dharma prima, dharma dopo”. Tutte suggeriscono l’accadere momentaneo della realtà. ↩
45 前頭後頭 (ZENTŌ-KOTŌ), lett. “testa prima, testa dopo”. 面 (MEN), “faccia”, e 頭 (TŌ), “testa”, sono entrambi usati come contatori per le cose in generale; ma mentre 面 (MEN) conta oggetti sottili e piatti, e talvolta astrazioni, 頭 (TŌ) conta solo oggetti solidi e concreti. Qui il Maestro Dōgen sembra sottolineare che 面 (MEN) indica non solo un aspetto fenomenico ma anche una superficie concreta. ↩
46 頭上安頭 (ZU-JŌ-AN-ZŪ), lett. “porre una testa su una testa”, nell’uso del Maestro Dōgen esprime lo stato in cui ogni cosa concreta esiste così com’è. Il Maestro Dōgen spiega l’espressione in dettaglio nel cap. 38, Muchū-setsumu, par. 182. ↩
47 鎮常在説法華経 (CHINJŌ-ZAI-SETSU-HOKKEKYŌ), con tutta probabilità una citazione dal Sutra del Loto, ma la fonte non è stata rintracciata. ↩
48 実帰 (JIKKI), “il vero luogo a cui tornare”. 帰 (KI, kaeru), “tornare”, è il carattere finale del verso di quattro righe del Maestro Sensu Tokujo. ↩
49 滞水の行履 (TAISUI no ANRI). 滞水 (TAISUI) compare di solito nell’espressione 拖泥滞水 (DADEI-TAISUI), “trascinarsi nel fango e ristagnare nell’acqua”, che simboleggia le prove quotidiane mondane. Cfr., per esempio, le frasi conclusive del cap. 22, Busshō. ↩
50 印水 (IN SUI) sigilla l’acqua, 印空 (IN KŪ) sigilla il cielo; 印泥 (IN DEI) sigilla il fango: il Maestro Dōgen introduce qui i «tre sigilli» che si trovano in diversi testi Zen; si veda, ad esempio, «Il sigillo della mente dei maestri ancestrali: un sigillo sigilla il cielo; un sigillo sigilla l’acqua; un sigillo sigilla il fango» (Tiansheng guangdeng lu 天聖廣燈錄, ZZ.135:769b6). I tre sono talvolta interpretati come tre livelli di discepolo, talvolta come i tre corpi del Buddha. Il «sigillo della mente» (心印 SHIN-IN) è naturalmente una metafora privilegiata per l’autenticazione della trasmissione della mente risvegliata dal maestro al discepolo. ↩
51 Come concetti, “acqua” e “mare” sono diversi, ma nella realtà possono essere una sola cosa. ↩
52 海印 (KAI-IN), come nell’ultima riga del verso e nel titolo del capitolo. ↩
53 In altre parole, lo zazen rende l’acqua acqua, rende il fango fango e rende lo spazio spazio. Nel cap. 72, Zanmai-ō-zanmai, il Maestro Dōgen dice che il sigillo della mente trasmesso dai Sette Buddha è semplicemente il sedere in postura di loto completo. ↩
54 Il Maestro Sōzan Honjaku (840–901), successore del Maestro Tōzan Ryōkai. “Grande Maestro Genshō” è il suo titolo postumo. ↩
55 Il non-accoglimento dei cadaveri è una delle dieci virtù tradizionalmente attribuite al mare. Il Sutra della Ghirlanda ha un capitolo chiamato Jucchi (Dieci Stati), che paragona lo stato di un bodhisattva ai seguenti dieci stati del mare: 1) diventa gradualmente più profondo; 2) non accoglie cadaveri; 3) il suo nome non può essere dato a corpi d’acqua minori; 4) ha un unico sapore; 5) contiene molti tesori; 6) le sue profondità sono impenetrabili; 7) è vasto, grande e incommensurabile; 8) contiene molte creature dai corpi grandi; 9) le sue maree non perdono tempo; 10) può accogliere tutte le grandi piogge senza traboccare. Nel sutra, il fatto che il mare non accolga cadaveri (cioè che li rigetti sulla riva) suggerisce che non vi è nulla in questo mondo che sia privo di vita o di significato. ↩
56 In altre parole, la realtà che è al di là del pensiero semplicemente esiste nel momento, prima di ogni movimento intenzionale. Vedi anche: Le Miriadi di Cose di Caoshan. ↩
57 Il Maestro Ungo Dōyō (830–902), come il Maestro Sōzan, fu successore del Maestro Tōzan Ryōkai. ↩
58 Il Maestro Tōzan Ryōkai (807–869), successore del Maestro Ungan Dōnjō. ↩
59 凡聖 (BONSHŌ) Una distinzione standard tra due classi di buddhisti, i laici o “comuni” (vedi pṛthagjana) e gli adepti avanzati, o “nobili” (vedi ārya). ↩
60 附佛法 (FU BUPPŌ) un’espressione che indica i seguaci di altre fedi religiose all’interno del buddhismo. ↩
61 L’lemma name=”abhidharmakośabhāṣya”]Abhidharma-kośa-śāstra[/lemma] contiene una descrizione leggendaria dei mari interni e dei mari esterni. ↩
62 Il Long Āgama Sutra descrive otto mari che costeggiano le otto montagne attorno al Monte Sumeru. ↩
63 Per esempio, il mondo letterario è chiamato 筆海 (HITSUKAI), lett. “l’oceano del pennello”. Cfr. cap. 9, Keisei-sanshiki. Altri esempi, come il Mare della natura di Buddha e il Mare di Vairocana, seguono nel paragrafo successivo. ↩
64 大海 (DAIKAI), “il Grande Mare”, rappresenta non solo il mare ma l’intera realtà. ↩
65 1) dolce; 2) fresco; 3) morbido; 4) leggero; 5) puro; 6) inodore; 7) non dannoso per la gola quando bevuto; 8) non dannoso per l’intestino dopo essere stato bevuto. Questa lista proviene anch’essa dall’Abhidharma-kośa-śāstra. ↩
66 九淵 (KYŪ-EN) si riferisce a nove celebri pozze fluviali profonde in Cina. Sono menzionate anche nel cap. 14, Sansuigyō. Qui sono esempi di grandi masse d’acqua, oltre le quali esiste la realtà simboleggiata dal mare. ↩
67 Parole del Maestro Chinshū Fuke, il Buddha Felice (vedi: Shinji Shōbōgenzō Caso N° 22: La Campana di Puhua). Il Maestro Dōgen suggerisce che “non accogliere” significhi non trattenere alcun concetto gravoso. ↩
68 Parole del Maestro Daibai Hōjō, da una poesia citata nel cap. 30, Gyōji. In questo caso, “cenere spenta” simboleggia lo stato di un eccellente praticante buddhista in cui tutte le interferenze sono cessate. ↩
69 Riferimenti alla poesia del Maestro Yakusan. Cfr. nota 2. ↩
70 収 (SHŪ), lett. “accogliere”, “ritrarre” o “trarre a sé”, e 放 (HŌ), “rilasciare”, “espellere” o “lasciare andare”, rappresentano il comportamento passivo e quello attivo. Le azioni, così come le cose, sono incluse nello stato di inclusione. ↩
71 Vairocana è il Buddha del Sole; il Mare di Vairocana suggerisce dunque una scena inondata di luce. ↩
72 Il Maestro Kōshū Tafuku (date ignote), successore del Maestro Jōshū Jūshin. Il suo soprannome era 一叢竹 (ISSOCHIKU), che significa “Un Boschetto di Bambù”. Un monaco gli chiese: «Che cos’è esattamente il Boschetto di Bambù di Tafuku?» Il Maestro disse: «Uno o due steli sono storti». Il monaco disse: «Questo studente non capisce». Il Maestro rispose: «Tre o quattro steli sono di traverso». (Keitoku-dento-roku, cap. 11, e Gōtō-egen, cap. 4.) ↩
73 Parole ironiche del Maestro Rinzai in lode del suo discepolo, il Maestro Fuke. ↩
74 不宿 (FUSHUKU), “non accogliere” o “trascendere l’accoglienza”, suggerisce uno stato senza divisione tra soggetto e oggetto. ↩
75 不著 (FUJAKU), “non appartenere” o “trascendere l’attaccamento”, suggerisce anch’esso uno stato senza divisione tra soggetto e oggetto. ↩
76 死屍 (SHISHI), “cadavere”, può essere inteso non solo come corpo morto, ma anche, in senso figurato, come una persona la cui vita viene sprecata. ↩
77 一盲引衆盲 (ICHIMO no SHUMŌ o hiku), lett. “un cieco che guida molte ciechi”. ↩
78 Vale a dire il quarto mese del calendario lunare. ↩